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GIUSTIZIA DIVINA ED ESPERIENZA ETICA:
A proposito di una pagina di Sidgwick

GIUSEPPE ACOCELLA


Se, a proposito del confronto sul teismo, Sidgwick considera con particolare attenzione quelle argomentazioni che intendano valutare quali ipotesi siano verificabili per mezzo dell’esperienza
umana, egli ritiene che «quelle scienze le quali possono mirare ad una particolarmente esatta previsione, fatta prima dell’evento e provata vera dall’evento, acquistino, quindi un diritto alla nostra fiducia, cosa necessaria ad ogni filosofia teista, basata sui dati che attualmente possediamo» (Cfr. Henry Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, conferenza tenuta al Synthetic Society, 25 febbraio, 1898, ora in A. Sidgwick and E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London and New York, Macmillan & Co., 1906, p. 606.). Il problema del teismo appare a Sidgwick – come è naturale nella sua prospettiva filosofica, che dedica al problema etico una fondamentale attenzione – centrale soprattutto per indagare il fondamento del giusto: «infatti, se il teismo deve avere una qualsiasi “importanza pratica per il genere umano”, deve fare previsioni; esso prevede la realizzazione completa della Giustizia divina che mette ordine nel mondo dell’umanità e nella vita individuale degli uomini; e che, come bisogna ammettere, non può dimostrare la realizzazione della sua predizione attraverso l’esperienza passata» (Cfr. Henry Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, conferenza tenuta al Synthetic Society, 25 febbraio, 1898, ora in A. Sidgwick and E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London and New York, Macmillan & Co., 1906, p. 606.).

Riconoscere la necessità del fondamento ontologico non negoziabile – e dunque non meramente ricavabile dal dato storico e dall’esperienza – della Giustizia divina e dei diritti riconoscibili che ne vengono fondati, significa optare decisamente per una antropologia che si dispiega certo nella storia, ed è in grado di cogliere il senso degli effetti del sapere progressivamente conseguito, ma che è sicuramente in grado di fondare l’universalità dei principi etico-giuridici. Sidgwick rivolge infatti la sua preminente attenzione «all’esperienza del modo in cui la convinzione è stata raggiunta nel progredire del sapere umano», negando che «la verifica per mezzo di esperienze particolari e dimostrazioni ferree, che vengono da premesse incontestabili, siano il solo modo per ottenere il tipo e grado di certezza da noi richiesti per “una filosofia operante di un credo religioso”. Questa controversia mi sembra contraria all’esperienza» (Cfr. Henry Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, conferenza tenuta al Synthetic Society, 25 febbraio, 1898, ora in A. Sidgwick and E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London and New York, Macmillan & Co., 1906, p. 606.).

La questione fondamentale è riconoscibile nel fatto che il problema della Giustizia, nella prospettiva teista, è inevitabilmente, lo si voglia o no, la ricorrente e non aggirabile questione del significato che assumono il diritto ed i diritti in relazione alla loro autorità e riconoscibilità. Il diritto positivo che deriva dalla Giustizia divina non solo emana da una fonte indiscutibile, condivisa, oggettiva, universale, ma é anche riconoscibile eticamente, e dunque necessariamente – nelle condizioni storiche che si creano – è assunto come vincolante per ogni ordinamento positivo. Con la modernità, ha scritto Piovani, è accaduto che il diritto naturale si frantuma lasciando spazio ai diritti naturali (al plurale), giacché l’unico destino di questi è quello di “positivizzarsi”, e dunque di mutare l’essenza stessa dell’antico giusnaturalismo (anche quando se ne conservi il nome) a vantaggio delle norme statuali e delle codificazioni. Non più la Natura o Dio, ma la Ragione dell’uomo diventa legislatrice.

Sidgwick coglie questo carattere della modernità, e confermando però il significato non arbitrario della Giustizia divina, valorizza il senso e il significato della storia umana, dichiarando di voler «considerare gli esempi del processo intellettuale attraverso i quali le nuove convinzioni sono state messe al posto delle vecchie col progredire delle scienze empiriche: mi sembra che tali cambiamenti avvengono ripetutamente non a causa di nuove esperienze, veramente cruciali che hanno provato che la nuova teoria sia giusta e che la vecchia sia sbagliata: piuttosto derivano dal fatto che la nuova opinione è vista come armonizzarsi in forma migliore con i fatti precedentemente conosciuti e con l’intera concezione che gli uomini hanno del corso della natura» (Cfr. Henry Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, conferenza tenuta al Synthetic Society, 25 febbraio, 1898, ora in A. Sidgwick and E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London and New York, Macmillan & Co., 1906, p. 606.).

Collocarsi nell’età moderna e restituire all’umanità la possibilità di ritrovare un ordine del mondo che consenta di cercare un destino comune all’umanità, dia fondamento alla democrazia, assicuri ai diritti fondamentali una garanzia possibile perché eticamente condivisa, resta – secondo Sidgwick – un obiettivo essenziale per i filosofi morali, in grado di apportare punti fermi alla smarrita inquietudine del mondo contemporaneo e alle sue domande sull’uomo.

Si fronteggiano nel dibattito ricostruito dall’autore inglese due differenti e contrastanti concezioni: secondo una visione agnosticista “dogmatica”, consapevolmente rinunciataria di ogni fondamento universalistico dei diritti, si assume che il mondo, di per sé, non abbia un ordine e che siano gli uomini a poterglielo e doverglielo dare attraverso atti della loro volontà basata sulla conoscenza, e dunque ricercando la linea sottile che separa il bene ed il male sulla base degli orientamenti individuali o della opinione morale della maggioranza illuminata.

Invece una visione teista intende assumere la nozione che il mondo abbia un ordine e non siamo noi a poterglielo dare; sia cioè un cosmo e non un caos. Rispetto a questo ordine, che si
deve prima di tutto riconoscere per quello che è, cioè come vero, giusto e buono, gli uomini hanno un solo grande dovere: quello di conoscerlo, rispettarlo e, eventualmente, restaurarlo quando sia turbato. Ma non possono certamente rivendicare il diritto di modificarlo a proprio piacimento. Insomma il mondo ha un ordine, anche se quest’ordine non comporta la conoscibilità immediata dei principi di Giustizia e dunque dei diritti, che invece solo nella fatica della storia sono rintracciabili e conoscibili, e così positivizzabili.

L’autonomia della coscienza per la prima concezione è docilità alla volontà individuale e dunque anche arbitrio relativistico, per la seconda è docilità alla ragione retta, divinamente guidata, capace di fondare l’ordinamento in modo universale. Nel primo orientamento la libertà individuale riceve un illimitato riconoscimento, cosicché ad essa viene lasciato il compito di disegnare il cosmo agendo secondo la individua coscienza, anche a rischio di non conseguire alcun ordine, mentre l’altra posizione esalta la libertà come responsabilità, giacché l’uomo può sentire in se stesso la voce della ragione, della ragione fondante il mondo, cui compete di vincere il caos riaffermando con l’azione volontaria (e dunque libera) l’ordine che fonda i diritti individuali. Scrive
allora Sidgwick:

In breve, più esaminiamo i processi di cambiamento di ciò che è comunemente accettato come conoscenza e più troviamo che la nozione di “verifica attraverso l’esperienza” – nel senso di “verifica attraverso senso-percezioni particolari” – è inadeguata a spiegare tale conoscenza. Il criterio che troviamo veramente decisivo, nel caso dopo caso, non è una nuova senso-percezione particolare, o un gruppo di nuove senso-percezioni, bensì la risultante di un elaborato e complesso sistema di credenze, in cui sono combinate un numero infinito di percezioni e di inferenze (Cfr. Henry Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, conferenza tenuta al Synthetic Society, 25 febbraio, 1898, ora in A. Sidgwick and E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London and New York, Macmillan & Co., 1906, p. 607.).

Ovviamente presupporre l’ordine razionale del mondo creato, e sforzarsi di armonizzare le conoscenze e le esperienze in esso, non esclude né il male né la libertà umana, quanto piuttosto permette di prevedere e definire il criterio morale che consente il giudizio sulle azioni (e consente quindi anche la confrontabilità tra culture diverse, che richiede la responsabilità della valutazione di esse in termini etici). Così l’uomo costruisce vichianamente l’umano intreccio della storia comune, che non ha né sentieri obbligati né fini prefissati, ma che, tra cadute e conferme, rivela alfine l’ordine del mondo. La libertà, infatti, comporta che la volontà debba scegliere tra ciò che realizza l’arbitrio del singolo (o della singola cultura) e ciò che corrisponde ad un criterio relazionale ed universalistico capace di considerare la condizione umana, cioè che la volontà sia chiamata a optare tra il caos singolaristico e l’ordine universalistico. In questo dover scegliere è riconoscibile l’eticità dell’atto, l’unica possibile fondazione giusnaturalistica dei diritti umani, scritta nella legge del dovere, che indirizza le pulsioni individuali all’universale, e costruisce la storia delle idee umane.

 

DIVINE JUSTICE AND ETHICAL EXPERIENCE:
Reflection on a page written by Sidgwick


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Sidgwick thinking HENRY SIDGWICK (Italiano) Henry Sidgwick

 

 

 

 

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