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HENRY SIDGWICK, TEISMO E RICERCA PSICHICA

ALAN GAULD

1. Fanciullezza e dubbi religiosi

La maggior parte dei resoconti sulla vita e sul lavoro di Sidgwick quasi sempre hanno poco da dire sulle sue preoccupazioni e sulle sue lunghe ore passate a lambiccarsi con il tema della cosiddetta “ricerca psichica”. Tuttavia, il suo impegno in questo campo è stato strettamente collegato a quello, per lui fondamentale, di natura filosofica e religiosa. Il suo interesse, cominciato prima del 1860 e dopo la fondazione, nel 1882, della Società per la Ricerca Psichica (SPR – di cui sarà presidente per otto, dei primo undici anni), era andato crescendo con grande profusione di tempo ed energie. Sidgwick era nato nel 1838. Suo padre, il reverendo William Sidgwick, era un preside benestante di ginnasio. Non si sa molto dell’infanzia e della prima giovinezza di Henry, ma quel che si sa ci fa intendere che si trattava di un ragazzo molto sveglio e pieno di immaginazione, apprezzato fra i suoi coetanei, fratelli e sorelle, per la sua inventiva in materia di giochi e di racconti e dedito a tempo pieno a varie letture, incluso poesie e romanzi. Era anche «un entusiasta del mondo della conoscenza, e dotato di un’intensa curiosità intellettuale» (Cfr. Arthur e Eleanor Mildred Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London e New York, Macmillan & Co., 1906, p. 14.). Gli piaceva andare al fondo delle cose dimostrando subito un particolare talento per la matematica, quasi simile a quello dimostrato nel campo classico e letterario. Questi due aspetti della sua natura, quello dell’ immaginazione letteraria e quello della irrequietezza intellettuale, lo accompagneranno lungo tutto il corso della sua vita. Con essi, prendendo il sopravvento, ora l’uno ora l’altro, saranno presenti anche potenti attrazioni e aspirazioni religiose che troveranno la loro pienezza espressiva nella corrispondenza e nelle conversazioni con i suoi amici più intimi e permeeranno la maggior parte dei suoi pensieri e dei suoi sforzi interiori. Sidgwick veniva da una famiglia dotata di forte senso religioso, ma non oppressivo, e le nostre poche informazioni sulla sua fanciullezza ci fanno capire che il suo interesse religioso ed il suo
entusiasmo erano, né più né meno, simili a quelli che ci si sarebbe potuto aspettare dagli altri ragazzi, intelligenti ed immaginifici, della stessa età e nelle stesse circostanze. Un cambiamento graduale di questa situazione sembra sia avvenuto attorno al 1852 quando, all’età di quattordici anni, si troverà sotto l’influenza del cugino più giovane del suo defunto padre, Edward White Benson. Questi diventerà preside della scuola di Rugby, frequentata da Sidgwick come studente. Quando nel 1853 la madre di Sidgwick, ormai vedova, si trasferirà con tutta la sua famiglia a Rugby, Benson andrà ad abitare con loro. Questi era un raffinato cultore del mondo classico, oltre che un buon matematico; era anche profondamente religioso e, anche se moderato, tuttavia, un deciso seguace delle tendenze tradizionaliste della Chiesa Anglicana. Prenderà il giovane Sidgwick, ragazzo riservato e dalle capacità eccezionali, sotto la sua protezione. Quando Sidgwick nel 1855 lascerà Rugby per andare al Trinity College di Cambridge (il College di Benson), come dirà più tardi, «non avrà nessun altro ideale se non quello di essere uno studioso simile, il più possibile, al cugino» (Ivi, p. 11). Benson, già diacono, sarà ordinato prete nel 1856 e, alla fine, diventerà arcivescovo di Canterbury; anche Sidgwick nutrirà propositi di vita ecclesiastica ma, nel giro di pochi anni, prenderanno il sopravvento altre influenze e questi propositi dilegueranno.

La prima e la più importante di queste influenze verrà esercitata dalla nota, poi famosa associazione semisegreta di Cambridge, “Gli Apostoli”, sorta con lo scopo di dibattere temi di attualità. Sidgwick, che era stato invitato ad aderire ad essa due anni prima della sua laurea nel 1857, ne porterà lo spirito e l’influenza per il resto della sua vita. Ricordando quell’esperienza, circa due settimane prima della sua morte, egli descriverà quello spirito come:

… lo spirito di cercare la verità con assoluta devozione e senza riserve da parte di un gruppo di amici intimi e assolutamente franchi, essi si permettevano ogni forma di ironia o di sarcasmo, scherzando
e giocherellando, rispettandosi reciprocamente nel discutere
e cercando di imparare ciascuno dall’altro per vedere i reciproci
punti di vista. L’essere del tutto candidi era il solo dovere a cui
obbligava la tradizione dell’ associazione… e non c’era teoria tanto
consolidata da non poter essere messa in discussione, a meno che
l’obiezione non venisse fatta per mero amore del paradosso(Ivi, pp. 34-35).

I temi dibattuti andavano dalla letteratura alla politica, ai problemi filosofici, teologici e sociali. Non è che gli apostoli lo avessero allontanato dal cristianesimo, piuttosto la loro disponibilità a considerare ogni punto di vista, che potesse essere dibattuto, aveva un effetto destabilizzante sulle credenze che, sino a quel momento, erano state accettate acriticamente; ciò gradualmente lo aiuterà a rendersi conto che «l’angolo più profondo della sua natura era incline ad una vita di pensiero – da esercitarsi sui problemi essenziali della vita umana» (Ivi, p. 35.). Ciò avveniva agli inizi del 1860 quando i bastioni ben muniti e difesi delle credenze religiose cominciavano ad essere attaccati dalle forze del secolarismo scientifico; a metà degli anni ’70, decennio del libero pensiero, lo scetticismo ed il materialismo scientifico raggiungeranno una sorta di apice momentaneo. «L’epoca era tale», come i primi biografi di Sidgwick sottolineano, «che proprio le menti degli stolti erano prese dalla corrente e trascinate via» (Ivi, p. 32.). Il 1869 era l’epoca in cui il termine “agnosticismo” veniva coniato da T. H. Huxley e molti giovani istruiti diventavano, anche se con riluttanza, agnostici. La mente di Sidgwick era molto lontana dall’essere quella di uno stolto ed era molto interessata alle problematiche religiose. Negli anni ’60 dell’Ottocento dedicherà tempo e sforzi nel tentativo di tracciare, attraverso queste acque turbolente, un percorso che sperava lo avrebbe riportato, per lo meno, verso convinzioni religiose universalmente riconosciute e verso la fondazione di solide basi per affermare che l’universo ha un ordine morale.

Di questo percorso e di queste battaglie abbiamo una traccia parziale costituita dalle sue lettere ai suoi amici e dai suoi ultimi e frammentari ricordi autobiografici. Appena laureato si era dedicato allo studio di J. S. Mill ed in parte a quello di Comte, «visto attraverso le lenti di Mill». Quest’ultimo si trovava allora all’apice della sua influenza, specialmente sui giovani, ma Sidgwick trovava «…la natura della filosofia di Mill – il suo atteggiamento verso le questioni fondamentali, come la natura dell’uomo e la sua relazione con Dio e con l’universo – non tali da potersi aspettare risposte positive per questi problemi» e perciò «non si sentiva disposto ad accettare risposte agnostiche o negative» (Ivi, p. 36.). Sidgwick, come tutti coloro che erano influenzati da Mill, accettava «… la necessità di soppesare il pro ed il contro di tutte le problematiche religiose, come dovrebbe farlo un essere razionale doverosamente preparato a valutarle, che venisse da un altro pianeta – oppure da un altro continente, per esempio dalla Cina» (Ivi, p. 40.). Da questo momento, immergendosi sempre più profondamente nella filosofia e nella teologia, scopre che i suoi «interessi più vitali sembravano risiedere qualche volta in un campo, qualche volta in un altro» (Ivi, p. 36). Nel giugno 1862 scrive ad un amico: «al momento sono soltanto un teista ma ho giurato che non sarà per mancanza di dedizione e profondo studio se non diventerò un buon cristiano» (Ivi, p. 82).

Non a caso questi “studi dediti e profondi” per molti anni si indirizzeranno allo studio della lingua araba e della lingua ebrea. Nel fare ciò si ispirerà agli scritti di J. E. Renan e, probabilmente, anche a quelli di D. F. Strauss, i quali trattavano le Sacre Scritture come documenti storici che dovevano essere valutati come tali. Entrambi rifiutavano di credere nei miracoli narrati nei vangeli e sembra che la speranza di Sidgwick sia stata quella di prepararsi ad uno studio critico della Bibbia e ad uno studio comparato delle religioni per poter «rispondere alle grandi questioni sollevate dall’ortodossia cristiana da cui l’idea che si era fatta dell’universo aveva trovato origine» (Ivi, p. 89). Ma quasi alla fine del 1864 si renderà conto di non essere ancora stato capace di rispondere a queste questioni importanti, il 22 dicembre scrive all’amico Graham Dakyns: «percepisco di essere ad un bivio importante della mia vita… non ho mai liberato la mia coscienza più intima dalla schiavitù delle credenze storiche dopo la scomparsa della credenza, rimaneva comunque l’impressione del come fosse assolutamente importante avere un punto di vista sulla questione storica. Se dopo di morire mi capitasse di incontrare Dio ed egli mi dicesse: “bene, sei cristiano?”, “no”, risponderei “ma ho una teoria sulle origini dei Vangeli che è veramente la migliore che avrei potuto formulare partendo dalle prove acquisite; e, per piacere, ciò dovrebbe essere sufficiente» (Ivi, pp. 123-124).

Da questo momento Sidgwick si dedicherà sempre più agli studi filosofici e teologici, che però egli non aveva mai interamente abbandonato, impegnandosi principalmente ai problemi
etici, forse perché, come dice Schultz, «andava esaminando la moralità nella speranza di trovare in essa qualche sostegno per le credenze religiose», ed anche perché temeva per il futuro di una società a cui venissero a mancare le sanzioni religiose per le azioni morali (Cfr. Bart Schultz, a cura di, Introduction a Essays on Henry Sidgwick, Cambridge, Cambridge University Press, 1992, p. 6.). Nel 1865 diverrà Examiner per il corso di Scienze Morali presso il Trinity College e, nel 1867, sostituirà il suo tutorato sul mondo classico con quello sulle Scienze Morali. Nel 1869, dopo aver a lungo scrutato nel suo cuore i suoi sentimenti, rassegnerà le dimissioni da membro del College e dai suoi impegni nel tutorato perché non si sentirà più di sottoscrivere i dogmi della chiesa di Inghilterra, l’assenso dei quali era stata la condizione preliminare perché lui, come tutti gli altri, ricevesse quell’incarico; verrà reintegrato immediatamente dopo e gli sarà dato l’incarico di tenere corsi di Scienze Morali per quel College. L’anno successivo scriverà al suo amico Myers, «so di essere nell’intimo del cuore un teista». Dieci anni più tardi, nel 1880, rispondendo ad un vecchio compagno di scuola, scriverà: «non so se veramente io credo o spero che ci sia un ordine morale, in questo universo come noi lo conosciamo, un principio supremo di saggezza e benevolenza che guida verso buoni fini e verso la felicità del bene…; tutto ciò che posso dire è che non c’è nessuna spiegazione opposta all’origine del cosmo… la quale mi sembri plausibile e che non posso accettare la vita in altri termini, o costruire un sistema razionale della mia condotta, se non sulla base di questa fede» (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 347). Questo suo atteggiamento continuerà, con diverse oscillazioni verso direzioni più o meno ottimistiche o pessimistiche, per il resto della sua vita. Egli confesserà di «cosciente di aspirare ardentemente all’ottimismo», e crederà l’ottimismo, in un certo modo, «essenziale al progresso dell’umanità nel suo insieme». Delle varie possibili forme di ottimismo egli riterrà il teismo la più attraente, e «non più inaccettabile di qualsiasi altra forma di ottimismo» ( Ivi, p. 508.).

Ritorniamo agli anni ’60. Rappresenteranno il decennio più formativo e quello da lui definito Sturm und Drang. Tuttavia, le sue perplessità dialogiche e filosofiche non smorzeranno l’aspetto letterario e poetico della sua natura e il poeta a cui si rivolgerà, con maggiore frequenza, sarà quello che, come afferma Schultz, «gli sarà utile in quel momento di necessità» (Cfr. B. Schultz, a cura di, Henry Sidgwick: Eye of the Universe, Cambridge, Cambridge University Press, 2004, p. 119.). È un poeta che aveva anche lui frequentato la scuola di Rugby, nella generazione precedente, Arthur Hugh Clough (1819-1861), il cui percorso religioso non era stato dissimile da quello di Sidgwick. Era stato per un certo tempo devotamente religioso, aveva perduto la fede, e anche lui, dopo un lungo dibattito interiore, si era sentito obbligato a rassegnare le dimissioni da Fellow di Oxford. Ma i due avevano anche altri punti in comune. Oliver Elton dice di lui, in un passaggio significativo, «nella ricerca di una fede solida e di una pace della mente nel mondo mutevole delle idee, tanto difficile da scoprire…, Clough… con il suo temperamento delicato, equilibrato e molto coscienzioso, in certo modo addolcito dall’ironia, a Oxford fu attratto dai Tractarians, allontanandosi dall’università, il College di Oriel, e dalla chiesa. Sappiamo così da dove è partito ma non è altrettanto chiaro sin dove egli abbia veleggiato, nel desiderio di dirigersi verso il mare aperto, tuttavia mai raggiunto completamente… non ritornerà mai all’ovile, ma pur senza restare in mezzo al guado, non assumerà, come altri, una posizione assolutamente negativa. Per il suo temperamento pieno di interessi intellettuali e per il suo senso di esplorazione, mutatis mutandis, si possono dire di lui la maggior parte delle cose dette per Sidgwick (Cfr. O. Elton, A Survey of English Literature 1830-1880, vol. II, London, Edwin Arnold, 1920, p. 97).

In uno suo saggio memorabile su Clough, pubblicato la prima volta nel 1869, Sidgwick cita quanto sottolineato da Walter Bagehot, «aveva un modo di presentarti i tuoi stessi punti di vista in maniera tale che sapevi dove andavi a parare e che non erano soddisfacenti» (Cfr. H. Sidgwick, Miscellaneous Essays, 1870-1899, a cura di A. e E. M. Sidgwick, London, Macmillan & Co., 1904, p. 72.), subito dopo cita una poesia dell’autore, poco conosciuta, l’ombra:

Ho sognato un sogno: ho sognato di aver visto,
Sopra una pietra non rotolata d’accanto,
Un’Ombra seduta su una tomba – un’Ombra,
Tanto sottile ed evanescente, simile a quella,
Di cui il vecchio Poeta greco narrava, venuta
A leccare il sangue della vita nei solchi tracciati da Ulisse –
Sì pallida e smunta disse:
“Io sono la Resurrezione dalla Morte.
La notte è passata, il giorno è alle porte,
Ed io devo presentarmi col mio vero volto,
Apparire in breve momento e svanire, - ascolta, questo è vero,
Io sono il Gesù che quelli hanno macellato”.

Sognai, le ombre impallidirono, vennero i morti apostoli
Piegarono i loro capi, di tristezza e vergogna –
Tristezza per la loro grande perdita,
Vergogna per ciò che non erano riusciti a fare,
Rendendo perciò vano il suo nome.
Dietro, lontano a perdita d’occhio,
In lunghe file, una moltitudine
come forme di vapore evanescente; o era una nuvola?

Uno strano spettacolo; anche le donne stavano piangenti, a lato.
E Pietro parlò con queste parole:
“O mio Signore, cosa devo fare? Non è vero niente?
Non ti abbiamo dunque visto, ascoltato e toccato,
Per ore intere sopra il monte di Galilea,
Sulle spiagge del lago, ed a Betania,
Quando tu ascendevi al tuo e al nostro Dio?”
Ma sempre più scoloriva la nuvola, lontana,
E a quelle parole le donne piangevano, forte.
E l’Ombra rispose, “non so cosa tu dica,
Ma è vero,
Io sono quel Gesù che loro hanno macellato,
Che voi avete predicato, ma in che modo io non lo so”.

Non si può dire con esattezza in che misura questi tristi versi rispecchino il punto di vista di Sidgwick negli anni ’60; ma certamente rispecchiano ciò che lui temeva sarebbe potuto diventare.

 

2. Teoria Etica e ricerca psichica

Sebbene alla metà degli anni ’60 Sidgwick avesse preso le distanze da qualsiasi forma ortodossa di Cristianesimo, e quindi anche da Benson, maestro e guida nelle questioni religiose, non aveva fatto lo stesso per un altro interesse, instillatogli anch’esso da Benson, che viceversa durerà per tutta la sua vita. Mi riferisco al suo interesse per le storie di fantasmi e per altri cosiddetti fenomeni paranormali. Sembra che Sidgwick avesse sviluppato tale interesse già da giovane, probabilmente quando era ancora a scuola, lui stesso ci riferisce curiosamente delle sue «tendenze a vedere gli spiriti». A Cambridge era entrato a far parte del Ghost Society e sappiamo che scriveva a sua sorella Mary, “Minnie”, nel 1858, che stava proseguendo rigorosamente le sue ricerche in questo settore; imbattendosi in «fallimenti e spiacevoli esagerazioni e tuttavia raccogliendo una buona quantità di testimonianze di accadimenti veri» (Cfr. B. Schultz, a cura di, Henry Sidgwick: Eye of the Universe, op.cit., p.90.). Il Ghost Society era stato fondato nel 1851, e Benson ne era stato uno dei fondatori (Cfr. A. C. Benson, Life of Edward White Benson, sometime Archbishop of Canterbury, 2 vol., Londra, Macmillan, 1899, vol. I, p. 98). Fra i suoi membri c’erano J. B. Lightfoot, che fungeva da segretario, B. F. Westcott e F. J. A. Hort; poiché Benson diventarà Arcivescovo, Lightfoot e Westcott vesovi e Hort professore al Divinity College sembra ragionevole supporre che le finalità dell’ associazione non siano state del tutto frivole. Le esperienze di fantasmi e le ricerche su “ticchettii di spiriti”, medium e via discorrendo, verso la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 sono frequentemente menzionate nelle sue lettere alla famiglia e ai suoi amici, tuttavia, tranne che per un caso, mancano di particolari. L’eccezione è quella che riguarda gli esperimenti fatti con un amico del College, J. J. Cowell, nel luglio del 1863. In Cowell si era sviluppato un interesse per lo spiritismo ed aveva scoperto che lui stesso era capace di prodursi con scritti frutto di automatismo intelligente, ritmati da ticchettii che Sidgwick sosteneva «avere percepito, assieme a Cowell, attraverso i sensi, stando seduti ad un
piccolo tavolo, e certamente non causati da una qualsiasi azione fisica esercitata sul tavolo» da loro (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 106; vedi anche F. W. H. Myers, Human Personality and its Survival of Bodily Death, London, Longmans, Green & Co, 1903, 2, pp. 122-123.).

Durante questo periodo sembra che Sidgwick abbia letto intensamente le pubblicazioni sullo spiritismo, sui fantasmi, sul mesmerismo, sulla chiaroveggenza e quant’altro fosse venuto fuori in quel periodo – in una lettera a sua madre del dicembre 1863 sottolinea di essere «abbastanza aggiornato sulle pubblicazioni pneumatologiche» – ma senza specificare quali (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 103). Egli è anche interessato agli argomenti sui miracoli. Tutto ciò faceva sorgere davanti a lui, come sottolinea C. D. Broad, un angustioso dilemma su un argomento basilare per il Protestantesimo, riguardante l’unicità dei miracoli del Nuovo Testamento. Infatti, o «i miracoli del Nuovo Testamento erano unici, oppure non lo erano, se unici, senza dubbio, avrebbero fornito un sostegno unico a favore del Cristianesimo ed una prova contro i suoi avversari. Ma nel caso contrario, se l’intera questione si fosse poggiata fondamentalmente sulla fiducia da riporre nei fatti narrati nel Nuovo Testamento e sulla sfiducia in quelli narrati da altre religioni o da altri spiritisti contemporanei, non essendoci prove della loro unicità sarebbe stato molto più facile accettarli come rari ma non irripetibili. In questo caso allora non avrebbero potuto fornire una prova speciale per dimostrare la verità di una specifica dottrina cristiana» (Cfr. C. D. Broad, Religion, Philosophy and Psychical Research, London, Routledge e Kegan Paul, London 1953, p. 108).

Dal 1867 al 1873, all’incirca, i riferimenti alle ricerche “pneumatologiche” sono quasi assenti nella corrispondenza di Sidgwick, ma sebbene fosse arrivato alla conclusione che le sue indagini non avrebbero progredito tanto velocemente quanto da lui desiderato, tuttavia non sembra che ciò sia da attribuire ad una perdita di interesse (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 171.). Questo è il periodo delle sue perplessità sul se rassegnare le dimissioni da Fellow, del suo conseguente opuscolo, The Ethics of Conformity and Subscription (1870), e soprattutto della gestazione del suo capolavoro, The Methods of Ethics, che apparirà nel 1874. Dopo di ciò, il resto della sua vita sarà di nuovo dedicato, per la maggior parte, all’indagine sui fenomeni psichici.

È stato detto che l’impegno di Sidgwick nella ricerca psichica sia stato principalmente motivato dalla necessità di colmare un vuoto nell’argomento del The Methods of Ethics. Secondo Sidgwick, il “metodo dell’etica” si può definire «una qualsiasi procedura razionale attraverso la quale determiniamo cosa ogni essere umano “dovrebbe” – o cosa è “giusto” – fare» (Cfr. Henry Sidgwick, The Methods of Ethics, 7a ed., con prefazione di John Rawls, Indianapolis-Cambridge, Hackett Publish Company, 1981, p. 1). (Ci sono state opinioni differenti nel come si dovrebbe interpretare ciò). Egli prende in esame tre metodi, per ciascuno dei quali può offrire una giustificazione razionale: l’egoismo (un’azione è giusta se promuove il bene di colui che agisce, inteso come felicità); l’utilitarismo (un’azione è giusta se promuove il massimo bene per tutti gli esseri sensienti); l’intuizionismo (un’azione è giusta se è conforme «a certi precetti o principi del dovere, intuitivamente conosciuti e vincolanti incondizionatamente») (Ivi, p. 3.). Sidgwick sostiene che l’utilitarismo si poggia su certi principi morali generali conosciuti intuitivamente, e che quindi è compatibile con l’intuizionismo. Ma l’egoismo (l’edonismo egoistico), mentre è giustificabile razionalmente, periodicamente può confliggere con l’utilitarismo (l’edonismo universale), conducendo a quello che sembra un problema irrisolvibile, chiamato da Sidgwick “il dualismo della ragion pratica”. Una via di uscita apparentemente semplice, ma ingannevole, sarebbe quella di trovare degli argomenti morali, teologici o empirici a favore di una vita dopo la morte, nella quale gli errori e le ingiustizie di questa vita potrebbero essere rettificati o compensati per mezzo di un essere divino attento e benevolo. Naturalmente ciò potrebbe avvenire solo se si trovassero degli argomenti a favore della sua esistenza. In tale contesto può essere inserito l’interesse di Sidgwick per la ricerca psichica, cioè una ricerca di argomenti empirici capaci di sostenere il suo itinerario speculativo a favore di una continuità della vita oltre la morte.

La discussione su questo tipo di risposta è estremamente sintetizzata alla fine del suo The Methods, ma lascia la questione irrisolta e non menziona direttamente o indirettamente nessuna prova empirica o nessun’altra base per credere in tale sopravvivenza. Sembra che Sidgwick, da questo momento in poi, abbia sentito di porsi un freno per trattare cautamente di questa materia onde evitare di seminare insicurezza a causa dei suoi dubbi filosofici nelle credenze pacificamente accettate di una maggioranza senza propensione filosofica. Ma quando aveva a che fare con amici, attraverso la corrispondenza e in discussioni private, o di gruppo, si sentiva in dovere di essere sincero, rivelando i suoi pensieri più intimi così come essi erano. Da varie frasi della sua corrispondenza si evince come lui fosse stato preso, già da molto tempo, dall’ostico problema del “dualismo della ragion pratica”, da quello del teismo e da quello riguardante la sopravvivenza. Presentiamo due esempi: Schultz cita una lettera di Sidgwick del gennaio 1870, di cui si trova ora in possesso, che presenta il dualismo della ragion pratica in forma nuda e cruda, ma presenta anche «le varie e possibili soluzioni di esso, attraverso il teismo (o spiritualismo), l’epistemologia o l’etica». In questa lettera Sidgwick conclude dicendo che il solo modo per evitare un’insostenibile anarchia nell’etica, «a prescindere dalle prove fornite dallo spiritualismo ed a prescindere dai fondamenti religiosi», è quello di affermare «il postulato dell’immortalità», verso cui ha una «predisposizione ereditaria», e pensa che sia stata sostenuta e largamente conosciuta nella storia dell’umanità da avere quasi «l’autorità di una credenza di un senso comune» (Cfr. B. Schultz, Henry Sidgwick: Eye of the Universe, op. cit., p. 442).

Diciassette anni dopo, Sidgwick, il quale era soggetto a periodi di depressione, stava attraversando una fase particolarmente negativa, innescata dal sentirsi «trascinato inesorabilmente verso la conclusione… che non abbiamo, né sembra che avremo mai, prova empirica dell’esistenza dell’individuo dopo la morte» (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 466.). Egli scriveva di questa “crisi mentale” in un giornale che aveva spedito ad un suo amico con cui aveva una regolare corrispondenza, J. A. Symonds. Questi rispondeva empaticamente dicendo: «posso capire cosa ciò significhi per te, per le sue conseguenze nel campo della filosofia morale, per la ricerca da te sostenuta da vent’anni e per la sua evoluzione». Ma aggiungeva di «nonaver mai avuto fiducia nel metodo della ricerca psichica per ottenere una prova» (Cfr. B. Schultz, Henry Sidgwick: Eye of the Universe, op. cit., p. 460). Sidgwick, continuando a fare delle riflessioni sui suoi dubbi e sulle risposte di Symonds, alla fine chiede a se stesso «… devo usare la mia posizione – e guadagnare il mio salario – per insegnare che la morale è un caos, dal punto di vista della ragion pratica; aggiungendo allegramente che, in quanto l’uomo dopo tutto non è un essere razionale non c’è nessuna preoccupazione reale che la moralità non si affermi in un modo o nell’altro. Al momento, non mi sento di acconsentire». Lamenta il fatto che Symonds ritenga a torto che lui si fosse basato solo su un argomento di prova della sopravvivenza, cioè quello empirico e afferma: «ho provato tutti i metodi uno dopo l’altro – rivelazionali, razionali ed empirici – suggeritomi da quelli che mi hanno preceduto, e ove tutti hanno fallito, e tutto ciò che ho trovato è che non c’è prova in nessuno di essi». Tuttavia aggiunge: «è prematuro gettare la spugna, sono abbastanza preparato ad andare avanti nella ricerca sino a quando avrò vita…» (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., pp. 472-473).

Andò avanti – come sempre – e, come vedremo, alla fine diventò un po’ meno pessimista per quanto riguarda il teismo e la ricerca psichica. Dobbiamo notare, per il momento, come le sue
ansietà per la ricerca psichica stessero diventando sempre più collegate a quelle dell’etica e del dualismo della ragion pratica. Pur ammettendo che questo problema non avrebbe potuto essere l’unico in una persona di così larghe vedute e dotata di una mente così desiderosa di indagare, tuttavia dobbiamo riconoscere come il suo interesse nei fantasmi e nei fenomeni spiritici era stato di gran lunga precedente a quei conflitti che lo avevano portato al dualismo della ragion pratica sin dal suo arrivo a Cambridge. Annota i casi del Ghost Society di Cambridge nella sua corrispondenza e la cosa certamente non ha uno scopo frivolo. In una delle pagine del suo diario giovanile, descrive una cena, alla quale partecipa il 15 aprile del 1860, ove si parla di spiriti e di cose similari, sulla quale fa queste riflessioni: «… per quanto riguarda gli argomenti a priori… a causa della rarità delle apparizioni e dall’assenza di cause, 1. Dio dovrebbe volerci dare qualche scorcio dettagliato in più del mondo non visto del quale tutti noi crediamo l’esistenza; 2. per quanto riguarda le leggi della natura, é probabile che Dio non governi gli spiriti con delle leggi simili a quelle del mondo fisico, così non ci si dovrebbe aspettare di scoprire le leggi di queste apparizioni più di quanto non ci si dovrebbe aspettare di scoprire quelle dell’azione della grazia nel nostro cuore; 3. per quanto riguarda le cause delle apparizioni, potrebbero… produrre effetti sugli spiriti degli osservatori, diversi da quelli che ci si potrebbe aspettare» (Tale diario giovanile si trova nella biblioteca del Trinity College di Cambridge. Esso va dal 17 al 26 maggio 1860.).

Ciò che è messo alla prova in queste annotazioni giovanili non riguarda il come si possa trattare dei problemi etici, ma del come (con la presenza di Dio) si possa giustificare quella essenziale speranza umana per la quale, dopo la morte, la vita di ognuno possa continuare in un altro mondo, malgrado tutto sconosciuto. Sidgwick, come altri che vivevano in quest’’epoca di “dubitatori riluttanti”, aveva senza dubbio tale speranza, una vera e propria necessità, o come lui stesso dice, una “predisposizione ereditaria” che interagiva e andava parallela alla sua battaglia, di natura più intellettuale, condotta a proposito del dualismo della ragion pratica. Nell’orazione funebre fatta in suo onore, l’amico con cui a Cambridge era stato strettamente collegato nella ricerca psichica, F. W. H. Myers, ci ricorda di una passeggiata fatta insieme il 13 novembre 1871, sotto un cielo stellato. Nel tragitto lui aveva chiesto a Sidgwick «se pensasse che, qualora la tradizione, l’intuizione e la metafisica avessero fallito nel risolvere la questione dell’universo, ci sarebbe stata tuttavia una possibilità che da fenomeni attualmente osservabili – come fantasmi, spiriti o cose similari – si potesse far scaturire una qualsiasi conoscenza di un mondo mai visto. Sembrava che lui avesse già pensato che ciò era possibile; con fermezza, anche senza mostrare molta passione, aveva indicato alcuni ultimi fondamenti di speranza… » (Cfr. F. W. H. Myers, In Memory of Henry Sidgwick, “Proceedings of the Society For Psychical Research”, London, Trubner & Co., 1900-1901, p. 454.). Il 16 marzo del 1887 scriveva a Symonds «a causa dei limiti della mia natura, mi sento incapace di comprendere veramente lo stato mentale di una persona che non desideri la continuità della sua esistenza» (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 471.). Nella sua autobiografia, Myers così caratterizza lo stato mentale di Sidgwick durante il periodo più nero della crisi del 1887: «egli pensava che era probabile che il suo ultimo sforzo per guardare oltre la tomba sarebbe fallito; gli uomini si sarebbero dovuti accontentare di un agnosticismo ove la speranza, anno dopo anno, sarebbe andata decrescendo, – e allora sarebbe stato meglio che lui si fosse dedicato ai suoi doveri ordinari per dimenticare il buio della fine» (Cfr. F. W. H. Myers, Fragments of Inner Life, London, Society for Psychical Research, 1893, ristampato nel 1961, pp. 40-41.).

Si può essere ragionevolmente certi, credo, che l’incomprensione che Sidgwick ha con Symonds, la sua cauta replica a Myers circa la conoscenza di un mondo non visto, e la sua depressione, sedici anni dopo a proposito del “buio della fine”, derivino da credenze, speranze e dubbi che lui avrebbe preso in considerazione e su cui avrebbe avuto incertezze anche se non avesse mai fondato il suo pensiero etico sul dualismo della ragion pratica. Gli stessi striscianti pensieri e speranze possono essere visti nella sua valorizzazione, profondamente empatica, della poesia di Tennyson (Cfr. Henry Sidgwick, Alfred Tennyson, in “Journal of the Society for Psychical Research” vol. 5, 1892, pp. 315-318.). Se Clough era stato il poeta della ritirata di Sidgwick dal cristianesimo, Tennyson – sebbene non avesse mai
seguito Sidgwick nel vicolo cieco che conduceva al dualismo – era il poeta che rifletteva meglio, nel suo sforzo prolungato di rimanere un teista, un credente in una certa forma benigna di esistenza dopo la morte. Gli anni ’60, ed i decenni successivi, non furono tempi facili per mantenere tali credenze. I progressi della biologia evolutiva, della chimica organica, della neurologia e la conoscenza degli effetti dei danni cerebrali nelle più elevate funzioni mentali concorrevano a dare nutrimento ad un materialismo scientifico fortemente, e qualche volta violentemente, antireligioso. Tennyson aveva sempre avuto un interesse nelle scienze, e la cosa che forse Sidgwick aveva massimamente apprezzato di lui era che, già da quando aveva scritto In Memoriam, egli aveva avuto coscienza del probabile effetto corrosivo della scienza attuale sulle credenze religiose e lo aveva respinto:

Credo di non aver sprecato fiato:
Penso che non siamo solo cervello,
Attrazioni degne di burla: non invano
Come Paolo con le bestie, io lotto con la morte;

Non solo bozzetti di creta:
Che la scienza provi quel che siamo, altrimenti
Che cosa importa all’uomo della scienza?

Egli non aveva mai tentato di eludere o ignorare le scoperte scientifiche, ma continuava ad essere ottimista su fatto che, alla fine, potessero riconciliarsi con «i bisogni e le speranze più profonde dell’animo umana» (Ivi, p. 316).

Negli ultimi anni della sua vita, infatti, anche Tennyson si era interessato sempre più alle scoperte della ricerca psichica (era diventato membro onorario del SPR nel 1884), tale ricerca «gli sembrava mirare ad una concezione più ampia della mente nel senso di poter avere maggiore possibilità di conoscenza di quanto non avesse il metodo nudo e crudo della ricerca empirica riguardo la vita dello Spirito del Mondo. Tutti i suoi poemi successivi saranno pieni dei riferimenti a questa nuova ricerca» (Cfr. C. F. G. Masterman, Tennyson as a Religious Teacker, London, Methuen, 1900, p. 93.). Sidgwick non eguagliò mai questo livello di ottimismo. Ma si deve distinguere fra “prove” conclamate di certi presunti fatti empirici e interpretazioni preliminari che possono essere offerte da un certo gruppo di fenomeni, per una spiegazione appropriata su cui generalmente non c’era stato ancora un accordo. Le “prove” sfuggivano sempre a Sidgwick; ma egli continuava ad essere attratto e stimolato, anche se mai totalmente convinto di certe interpretazioni possibili.

 

3. La Società per la Ricerca Psichica

Era stata fondata nel 1882; ma per capire perché, da chi ed il percorso dei suoi primi anni, bisogna brevemente guardare ai vari sviluppi ed accadimenti riguardanti i fenomeni psichici nei precedenti venti anni. Durante gli anni ’60 e ’70 lo spiritismo in Gran Bretagna si era diffuso abbastanza velocemente e costantemente, ma aveva subito vari cambiamenti. I medium caserecci, in forma più o meno privata, avevano preso rapidamente il sopravvento sui medium americani che, all’inizio, avevano dominato la scena. I fenomeni si erano diversificati; in particolare, i fenomeni “fisici”, che originariamente consistevano in ticchettii e movimenti del tavolo, erano diventati sempre più estesi sino ad includere le cosiddette “materializzazioni degli spiriti”, parziali o totali, costituiti, si affermava, di una misteriosa sostanza sensibile alla luce, chiamata più tardi “ectoplasma”; c’erano anche i fenomeni “mentali” che qualche volta erano capaci di coinvolgere grandi masse di persone presenti agli incontri; qui degli oratori “ispirati” ed in trans enunciavano la filosofia dello spiritismo sotto la guida, (si presumeva), degli stessi spiriti. Venivano fondate associazioni spiritiche, chiese e periodici, e sia questi che i cosiddetti fenomeni, talvolta facevano notizia nella stampa nazionale. I fenomeni provocavano una grande curiosità in un vasto pubblico; ma poche persone di scienza dimostravano disponibilità ad investigarli seriamente.

Fra coloro i quali investigavano seriamente tali fenomeni c’era l’illustre chimico, William Crookes, insignito più tardi del titolo di baronetto. Fra il 1870 ed il 1874 Crookes pubblicava una serie di articoli sui suoi esperimenti ed indagini sui cosiddetti fenomeni riguardanti lo spiritismo fisico, poi raccolti nel 1874 in un volumetto, Researches in the Phenomena of Spiritualism. I più interessanti di questi suoi esperimenti giovanili riguardavano il celebre medium, anche se non professionista, D. D. Home il quale, in “piena luce” e strettamente tenuto in vista, era capace di produrre un fenomeno che veniva eseguito con una tavoletta fissata con un cardine e poggiante dall’altro lato su una molla con un anello di legno. Senza che Home toccasse nessun oggetto si poteva osservare un bicchiere tubolare che rotolava sulla tavoletta, ora verso un lato, ora verso l’altro. Sidgwick fu colpito dagli esperimenti e dalle scoperte di Crookes, i quali avevano ricevuto una grande pubblicità, e l’11 luglio del 1874 scriveva a sua madre «se dovessi parlare col vescovo [Frederick Temple] di spiritismo digli, per piacere, che nessuno dovrebbe pronunziarsi a primo acchito, senza aver letto le Researches di Crookes, su casi che, viceversa, esigono un’indagine seria – è questo ciò che, in verità io sostengo, riguardo allo spiritismo» (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., pp. 289-291.).

Fu probabilmente la lettura di quel libro che indusse Sidgwick ad accettare le proposte piene di entusiasmo del suo amico F. W. H. Myers, a costituire, assieme con altri amici e sorretto dagli
stessi interessi, un’associazione informale con cui andare più a fondo in questa materia. Quelli che si unirono a questa iniziativa furono Arthur Balfour, che sarà più tardi primo ministro, il fisico Lord Rayleigh, sua moglie Evelyn (sorella di Balfour), un’altra delle sorelle di Balfour, Eleonor (Nora), che di lì a poco avrebbe sposato Sidgwick, Edmund Gurney (di cui parleremo fra poco), John Hollond (che più tardi diventerà deputato) e sua moglie e Walter Leaf, illustre studioso del mondo classico. È da notare che tutti coloro di cui si è parlato venivano dal Trinity College e che tutti, ad eccezione di uno, erano stati docenti in quel College; mentre le signore erano sorelle o mogli di uomini che avevano fatto parte del Trinity College.

Le ricerche erano cominciate nell’estate del 1874. In varie occasioni, i membri del gruppo avevano avuto delle sedute spiritiche con molti dei più rinomati medium inglesi e non. Ma non è importante, a questo punto, aggiungere altri dettagli. Le indagini erano servite solo a fare capire agli investigatori quanto le sedute spiritiche erano state tediose e inconcludenti e a far comprendere anche il gran numero di metodi di frode, reali o possibili; ma quanto a quei fenomeni ritenuti genuini non erano stati in grado di vederne nessuno, o quasi. Agli inizi del 1877, i Sidgwick erano proprio sfiniti a causa delle sedute, ed anche Myers, il cui entusiasmo servirà a sostenerlo per un altro paio di anni, scriveva a Sidgwick di esperimenti estenuanti «con il solo difetto di sembrare di essere capaci di penetrare fenomeni, i quali però capitavano sempre a “qualche altro”» (Cfr. Alan Gauld, The Founders of Psychical Research, London, Routledge & Kegan Paul, 1968, p. 129.). È molto interessante notare come tale indagine lasciasse profondamente nell’ombra un’impresa ancor più imponente, alla quale partecipavano quasi tutte le persone che, nell’insieme, formavano il gruppo di Sidgwick.

Questa impresa imponente, lungo il suo percorso, era stata sostenuta da alcuni fortunati esperimenti sul “trasferimento del pensiero”, portati avanti su dei bambini da William Barrett, professore di fisica al Royal College of Science di Dublino, verrà nominato, anche lui, baronetto. Questi esperimenti, descritti nel periodico Nature, il 7 luglio 1881, avevano ravvivato l’interesse di Sidgwick e di alcuni dei suoi amici in questo campo. L’interesse di Barrett era già ben conosciuto, e quando, verso la fine del 1880, lui ed uno studioso di spiritismo, Edmund Dawson Rogers, avevano proposto la costituzione di una società in cui studiosi e scienziati avessero potuto unire i loro sforzi con eminenti studiosi dei fenomeni spiritici per investigare proprio quei fenomeni, dove questi ultimi dicevano di avere un’esperienza particolare, l’idea era stata fatta propria da membri provenienti da entrambi i gruppi. Nel febbraio 1882, fu fondato il Society for Psychical Research. Sidgwick ne divenne il primo presidente e quello che rimarrà più a lungo in tale servizio (dei primi diciotto anni di vita della società, ne sarà presidente per dieci), in tale ruolo egli sarà capace, più che altri, a stabilirne e migliorarne la reputazione. Le sue riconosciute qualità intellettuali e la sua onestà imparziale impedivano di immaginare che una società, da lui presieduta, fosse essenzialmente un luogo di passatempo per eccentrici, ciò veniva rafforzato, senza dubbio, anche in virtù dei suoi rapporti di parentela altolocata. Uno dei suoi cognati (Benson) era vescovo e sarebbe diventato arcivescovo di Canterbury, un altro (A. J. Balfour) sarebbe diventato primo ministro, sua cognata si sarebbe sposata con uno dei massimi esponenti del paese nel campo della fisica (Lord Rayleigh) e lo zio di sua moglie (Lord Salisbury) sarebbe stato primo ministro per quattordici anni, fra il 1885 ed il 1902. Sidgwick, tuttavia, dall’essersi fatto coinvolgere in problemi accademici come l’istruzione femminile, aveva sviluppato “abilità politiche” utili nelle presenti difficoltà e nel trattare problematiche innovative, guardate con sospetto generalizzato. Sosteneva pubblicamente il Society of Psychical Research come presidente, come moderatore negli incontri, partecipando a conferenze internazionali di psicologia ed organizzandole, svolgendo, dietro le quinte, attività nelle commissioni dove si programmavano articoli per periodici di più larga diffusione, attraverso la stampa del Journal e quella dei Proceedings, cioè gli atti del SPR (da lui diretti dal 1888 al 1897), ed attraverso frequenti dibattiti tra eminenti membri dell’associazione, ove in prima linea figuravano quelli del suo gruppo.

Il suo rapporto con essi è stato paragonato a quello che Socrate aveva con i suoi “compagni” (Cfr. B. Schultz, Henry Sidgwick: Eye of the Universe, op. cit., p. 281.). Qualsiasi lavoro essi intraprendessero o qualsiasi idea, o progetto, li avesse colpiti, per fare andare avanti la ricerca, veniva discusso o dibattuto con lui. Nel corso degli anni altre personalità venivano cooptate nel gruppo, in virtù delle loro capacità e della loro dedizione: Sir Oliver Lodge, Richard Hodgson, Frank Podmore, Alice Johnson, il fratello di Frederick Myers, Arthur, e Margaret Verrall.

L’influenza di Sidgwick sull’attività e sul livello del SPR sarà predominante e andrà oltre la sua propria vita ma in quale direzione andrà tale influenza? Un approccio esauriente su questo
problema viene offerto dai primi sette, dei suoi nove, discorsi presidenziali tenuti per il SPR.

Nel suo primo discorso, del 17 luglio 1882, al quesito sull’opportunità di far nascere un’associazione per la ricerca psichica in quel momento risponde: «è uno scandalo per l’epoca illuministica nella quale viviamo che si possa ancora continuare a contestare la realtà dei fenomeni in questione – dei quali sarebbe proprio impossibile esagerarne l’importanza scientifica, se soltanto si potesse dimostrare vera la decima parte di essi”. Sostiene anche: «lo scopo della nostra associazione è quello di fare uno sforzo costante e sistematico per rimuovere questo scandalo… senza dare nessuna conclusione scontata per quanto riguarda la natura di quei fenomeni»(Cfr. Henry Sidgwick ed altri, Presidential Addresses to the Society for Psychical Research 1882-1911, London, Society for Psychical Research, 1912, pp. 1-2.).

Quasi esattamente sei anni dopo, nel suo quinto discorso presidenziale del 16 luglio 1887, Sidgwick rivela altre finalità delle quali lui ed il suo “gruppo di ricercatori” (egli non presume di parlare a nome dell’intera associazione) avevano deciso di occuparsi, cioè «quelle ricerche oscure, che lasciano perplessi, chiamate Psychical Research». Sorprendentemente esamina poi «i conflitti e le divisioni» fra quelli che sono ancora i predominanti insegnamenti cristiani e le produzioni materialistiche della moderna psicologia sulla natura e il destino dell’anima. Lui ed i suoi amici «credevano, senza riserve, nei metodi della scienza moderna» ma «pensavano che vi fosse un’importante e rilevante quantità di prove che la scienza moderna aveva semplicemente messo da canto con disprezzo da ignoranti». Questo insieme di prove è ciò che l’associazione «si proponeva di esaminare impegnando al massimo le proprie capacità ed in sintonia con le regole del metodo scientifico». Si intendeva mettere insieme, e tenere in considerazione, tali prove «senza pregiudizio né preconcetto, fornendo la massima e la più imparziale attenzione a fatti che sembrano essere contro le ipotesi che le prove, a primo acchito, potevano suggerire». Soltanto «un’esclusione assoluta di… cause conosciute potrebbe giustificarci nel ritenere come scientificamente fondata la regola di una diversa capacità attiva della mente, la quale percepisce e opera separatamente dal corpo». Riteneva, con i suoi colleghi, di essere stato capace di inserire quel minimo di teoria necessaria a coprire i fatti ritenuti fondati senza fare «affermazioni non garantibili» (Ivi, pp. 35-37).

È interessante notare che le ragioni addotte da Sidgwick, per motivare il suo interesse nei fenomeni psichici e sostenere il SPR, derivavano allora dai conflitti in corso fra religione e scienza e non dai problemi etici implicanti il dualismo della ragion pratica.

Molto probabilmente queste dichiarazioni di intenti sarebbero state approvate da una considerevole maggioranza dei membri del SPR. Se ora ci chiedessimo in che maniera Sidgwick avrebbe influenzato i tentativi di porli in atto, una risposta, in breve, potrebbe essere «nelle forme suggerite dal senso comune»; infatti era un grande sostenitore del “senso comune” sia in filosofia sia in altri campi. Nel contesto della ricerca psichica il tipo di “senso comune” che invoca, sembra essere ciò che lui altrove chiama «il senso comune delle persone istruite aggiustato dalla conoscenza aggiornata dei risultati e dai metodi della scienza fisica» (Cfr. Henry Sidgwick ed altri, Presidential Addresses to the Society for Psychical Research 1882-1911, op. cit., p. 42.). Sempre nel suo quinto discorso presidenziale le regole procedurali suggerite sono: «gli imperativi ovvi del semplice senso comune, prendendo come nostro obiettivo quello di arrivare alla verità» ( Ivi, p. 36).

Coerentemente mette in guardia contro quegli ottimisti che, credendo di avere già un sufficiente numero di fatti con cui procedere alla costruzione di una teoria, ingannano se stessi. Infatti, già nel suo primo discorso aveva sostenuto che «secondo il senso comune dell’umanità non dobbiamo aspettarci nessun effetto decisivo nel raggiungimento degli scopi ai quali miriamo in via prioritaria, basandosi solo su un singolo elemento di prova, anche se prodotto in forma completa. L’incredulità degli scienziati è andata crescendo per così tanto tempo, ed ha così tante e profonde radici che noi potremo ucciderla… soltanto con il seppellirla viva sotto una montagna di fatti» (Ivi, p. 6). Egli ritorna su questi presupposti ripetutamente e, sempre nel suo quinto discorso presidenziale, sottolinea che, qualora non si ottenessero fatti di alta qualità, allora, con il passare del tempo, «l’assenza di tali prove costituirebbe la forza di un argomento costantemente crescente contro le nostre conclusioni» ( Ivi, p. 40.).

Ma la dedizione alle regole della scienza ortodossa, per quel che riguarda il mettere insieme fatti di “alta qualità”, il dare il appropriato dei metodi ed il confinare se stesso alle ipotesi minime non significava perdere di vista il senso comune quando ci si confrontasse con stupide contrapposizioni, anche se messe avanti dagli scienziati. Il suo quarto discorso presidenziale, del 28 maggio 1884, è dedicato al fatto che, per esempio, alcuni casi cosiddetti paranormali, sostenuti da prove deboli, non possono essere usati legittimamente per gettare discredito su tutti gli altri casi simili, senza tener conto della qualità delle prove a loro sostegno. Coloro che chiedono che la prova per essere accettabile debba essere ripetibile a piacimento, dimenticano che, se c’è una tale funzione, essa dipende, prima facie «dallo stabilire una relazione di concomitanza fra il sistema nervoso dell’agente, cioè di colui che manda il segnale, e quello di colui che percepisce il segnale; ma dato che le condizioni di questa relazione sono proprio sconosciute, ci si deve aspettare che esse possano essere inspiegabilmente qualche volta assenti e qualche volta presenti; e in particolare ci si dimentica del fatto che questa peculiare funzione del cervello potrebbe essere facilmente disturbata dall’ansietà o da un disagio di qualsiasi tipo» ( Ivi, pp. 21-22).

Tutta questa discussione sui “fatti di alta qualità”, tali da prevalere sulle incredulità della scienza, conduceva ad un altro problema: in base a quali principi si sarebbero dovute valutare le prove per quei fenomeni particolari che si stavano esaminando? Sidgwick dedica a tale questione il suo settimo discorso presidenziale, del 10 maggio 1889, parlando di “canoni dell’evidenza nella ricerca psichica”.

Egli nota che ci sono enormi divergenze fra gli individui e le differenti scuole di pensiero per quanto riguarda il giusto modo di trattare le prove, a tal proposito fa un’affermazione molto importante, spesso trascurata nell’asprezza di un dibattito diventato ormai di parte. In essa egli sostiene che «in un tipo di indagine come la nostra è inevitabile che ci sia un larghissimo margine all’interno del quale nessuno dei contendenti possa provare, o tentare di provare, che l’altro abbia torto; infatti, le considerazioni importanti, cioè il pro ed il contro, che devono essere valutate l’una contro l’altra, non possono essere valutate con precisione. Quindi, c’è proprio un largo margine fra il punto – per quel che riguarda il peso della prova – in cui è ragionevole imbarcarsi nella ricerca di una prova di questo tipo ed il punto in cui è ragionevole arrivare ad una decisione affermativa» (Ivi, pp. 47-48). Il non accettare l’esistenza di questo “largo margine” può generare continuamente una grande quantità di controversie inutili e defatiganti.

Secondo Sidgwick le radici del problema riguardano il fatto che, nel trattare di testimonianze apparentemente autentiche su un “fatto meraviglioso”, dobbiamo valutare e confrontare le improbabilità opposte. «È improbabile che quel fatto meraviglioso sia veramente accaduto, ed è improbabile che la testimonianza di questo fatto sia veramente falsa» (Ivi, p. 48.). Tutto ciò che si potrebbe fare è il soppesare l’improbabilità che il fatto sia vero e confrontarla con l’improbabilità che la testimonianza sia falsa. Ciò non può essere fatto «servendosi di tutte le misure di precisione fornite dalle scienze esatte ma servendosi delle misure grezze del senso comune». Si può essere tutti d’accordo nel sostenere che, quanto più grande sia il fatto meraviglioso, tanto migliore debba essere la testimonianza, «ma è impossibile stabilire esattamente le quantità di testimonianze accumulate richieste a bilanciare la magnificenza della meraviglia» (Ivi, p. 49.). Vi sono coinvolti troppi fattori imponderabili; la probabilità rispetto ad ognuno di questi fattori può essere valutata solo in maniera vaga; anche perché persone diverse valuteranno questi fattori in forma differente, in relazione ai loro pregiudizi personali ed al testimone implicato.

Ma ulteriori problemi potrebbero sorgere riguardo a quest’ultimo punto: come devono essere qui usati i termini di “probabilità” e di “improbabilità”? Sidgwick pensa che l’impossibilità di
dare valutazioni numericamente esatte a queste “probabilità” sia semplicemente una difficoltà empirica dovuta al numero, alla complessità, all’inafferrabilità dei fattori implicati, oppure pensa che ci stia sotto un’altra ragione più importante? Aveva già dovuto affrontare un problema simile nel suo lavoro di etica riguardante “la non definibilità di tutti i calcoli edonistici”, nel momento in cui doveva valutare la distribuzione della felicità risultante dai vari itinerari di comportamento. Il metodo di Bayes potrebbe fornirci, come ha suggerito qualcuno, almeno delle soluzioni limitate a questi problemi in settori particolari?. Ma l’inseguire tali tematiche ci porterebbe fuori strada. Invece, per quanto riguarda l’eterno problema delle presunte prove del paranormale o di altri eventi fuori dal comune non ci può essere dubbio che Sidgwick abbia messo il dito sulla causa principale della generale difficoltà nel trattarli.

Sidgwick ha anche ragione per quanto riguarda l’unico mezzo per sfuggire alle difficoltà quando afferma: «quello che ciascuno deve fare, quando è veramente convinto della realtà di ogni presunto fatto meraviglioso è, prima di tutto, tentare di diminuire, se può farlo, l’improbabilità del fatto meraviglioso con l’offrire una spiegazione che lo armonizzi con altre parti della nostra esperienza; in secondo luogo, deve accrescere l’improbabilità [che il testimone sia in errore], con l’accumulare esperienze, col variare delle condizioni e dei testimoni» (Ivi, pp. 50-51).

 

4. Lavoro Pratico

Sidgwick era propenso a sminuire la sua attitudine al lavoro pratico, specialmente nel paragonarsi a sua moglie. Forse, in un certo senso, si può dire che lui fosse troppo modesto, in quanto era stato coinvolto, assieme a sua moglie, in molti campi di lavoro pratico e certamente non era stato per niente inefficiente. Subito dopo la costituzione del SPR, come abbiamo visto, aveva messo continuamente l’accento sull’importanza di raccogliere una sempre maggiore quantità di prove. In relazione a ciò erano state costituite sei commissioni di ricerca proprio per raccogliere materiali e condurre esperimenti. Come presidente era, ex officio, membro di tutti questi comitati.

La maggior parte di questi comitati durerà solo alcuni anni, molti di essi svolgeranno una considerevole quantità di lavoro, ma molti dei progetti continueranno per molti anni ancora ed alcuni sino ai nostri giorni. Prendiamo ora in considerazione solo due di queste commissioni, quelle in cui Sidgwick è stato più o meno coinvolto, cioè quella riguardante la raccolta delle valutazioni di certe apparizioni, inizialmente intrapreso dal “comitato della narrativa”, e quella riguardante gli esperimenti sul “trasferimento del pensiero”, più tardi ribattezzato da Myers col termine “telepatia”. Storie di apparizioni arrivavano in gran numero al comitato della narrativa, in conseguenza degli annunci, degli articoli e delle circolari mandate ai soci. Quel che si cercava non erano racconti leggendari da brivido, ma resoconti di prima mano di esperienze personali, descritti da persone di buona reputazione pronte a sottoscriverli e disposte ad essere intervistate. Le storie che si ricevevano, nell’insieme, erano lungi dall’essere storie da brivido – molti degli spiriti apparsi sembravano comportarsi come esseri umani comuni, a parte la loro curiosa tendenza a svanire improvvisamente ed inspiegabilmente, a passare come di regola, attraverso i muri, attraverso porte che sembravano aperte e che poi invece venivano trovate chiuse, ad essere invisibili ad alcuni o a tutti i presenti, ad avere figure trasparenti e non del tutto complete. Queste caratteristiche indicavano fortemente che i fenomeni in questione erano soggettivi, frutto di allucinazione, piuttosto che oggettivi. Mutatis mutandis, considerazioni simili si potevano fare per quei casi in cui altre modalità sensoriali diverse erano implicate e principalmente l’apparato acustico.

Se veniva accettata la natura allucinatoria delle apparizioni, tuttavia, rimanevano delle perplessità. Una certa percentuale di tali allucinazioni, di cui parleremo fra breve, apparentemente era “veridica”, cioè essa corrispondeva ad altri eventi in modo tale da richiedere un tipo di spiegazione diversa dal normale. Limitandoci agli esempi visivi, i cosiddetti casi dei “momenti di crisi”, le apparizioni corrispondevano quasi perfettamente al momento in cui era avvenuta la morte, oppure alle situazioni di crisi della persona della quale il testimone aveva ricevuto l’allucinazione che l’aveva rappresentata; tale allucinazione accadeva, è da sottolineare, entro le dodici ore dall’accadimento. Vi erano anche i casi di allucinazione “collettiva”, quando due o più persone simultaneamente, pare vedessero la stessa figura nello stesso posto, allo stesso tempo. Nel caso di luoghi “infestati”, o di apparizioni ricorrenti, le stesse, o immagini similari, venivano viste nello stesso posto in tempi differenti. Nei casi riguardanti gli “arrivi”, si aveva la visione dell’arrivo, come se qualcuno arrivasse in una casa poco prima del suo vero arrivo, tuttavia inatteso. Gli esempi possono continuare all’infinito.

Quando casi di questo tipo, o simili, venivano mandati al SPR, la consuetudine era quella di ottenere una dichiarazione sottoscritta del testimone e di richiedere ad un membro di chiara affidabilità di visitare il testimone, valutare i casi e ottenere una testimonianza, quanto più possibile, documentata e Sidgwick partecipava a questo lavoro. Quando si otteneva un numero sufficiente di esempi di un certo tipo, essi venivano valutati accuratamente riscritti e pubblicati, malgrado la paura, sempre presente, che rimanesse ancora molto da fare. Nel 1885, per esempio, Nora Sidgwick aveva aiutato Henry a controllare trecentosettanta «descrizioni di fenomeni….che coloro i quali credevano nei fantasmi ritenevano giusto collegare all’azione di esseri umani deceduti». Lei concludeva dicendo che «in un certo senso vi erano case infestate da fantasmi», quelle in cui erano avvenute apparizioni simili in tempi differenti «in circostanze che escludevano le ipotesi della suggestione o dell’aspettativa», ma non trovava nessun tipo di teoria che fosse soddisfacente a dimostrare il fenomeno, così riteneva «assolutamente eguale a zero» la prova che ci fosse dietro quei fenomeni l’azione di uno spirito intelligente (Cfr. E. M. Sidgwick, Notes of the Evidence, Collected by the Society, for Phantasms of the Dead, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 3, 1885, pp. 143, 150.).

Di tutti gli esempi di allucinazione “veridica” quella più frequentemente portata in esempio era quella avvenuta nei “momenti di crisi”. Questi casi erano l’argomento principale di Gurney, Myers e Podmore nel Phatasms of the Living, un’opera in due volumi di tutto rispetto, il cui lavoro sistematico era stato fatto da Edumund Gurney, uno degli uomini più ricchi di talento del gruppo di Sidgwick. La progettazione di quest’opera era stata portata a termine a seguito di una serie di dibattiti tenuti presso la casa di Sidgwick dal 20 al 27 agosto 1883 e il libro era apparso nell’ottobre 1886. Sidgwick e sua moglie, dietro le quinte, avevano fornito aiuti e consigli e ciò era costato loro anche «tempo e preoccupazioni… nel lavoro pratico consistente nell’intervistare informatori e nell’ottenere una loro personale testimonianza».

Il Phantasms of the Living conteneva una larga selezione di prove a proposito della telepatia, sia di quella spontanea che di quella sperimentale, messa insieme sino a quel momento dal SPR. Vi erano anche alcune argomentazioni di Gurney su tematiche rilevanti come la natura delle allucinazioni, le possibili trappole nel trovare una prova per le allucinazioni veridiche ed una teoria sulla coincidenza casuale, per quanto riguarda le apparizioni nel “momento di crisi”. È impossibile dare un apprezzamento adeguato per l’abilità con cui Gurney aveva organizzato quel complesso materiale, fatto da settecentodue esempi di telepatia spontanea e per l’accuratezza con cui aveva condotto il suo lavoro di pioniere su tematiche innovative. Tutto ciò che si può fare è indicare le ragioni da lui addotte per prendere in esame le apparizioni in un momento di crisi come allucinazioni generate telepaticamente. Alcune di queste ragioni sono state già menzionate, ma la ragione principale, che aveva portato Gurney ed altri a ritenere che tali allucinazioni erano state causate dalla ricezione di un messaggio telepatico di un agente traumatizzato o in punto di morte, stava nel fatto che tali casi sembravano andare a
collocarsi naturalmente alla fine di una serie, la cui prima parte era costituita da esperimenti di trasferimento del pensiero implicanti, per esempio, il trasferimento di un immagine mentale da
un agente che la trasmetteva ad un ricevente che la percepiva, e l’ultima parte, era costituita dallo svelarsi, al percepente, di una scena interamente allucinatoria rappresentante a distanza la morte di una persona conosciuta.

Fra questi casi estremi si potevano collocare quei casi spontanei in cui l’esperienza del percepente si combinava strettamente con quella dell’agente – per esempio, una donna stava ancora a letto nelle prime ore del mattino e veniva traumatizzata da un improvviso dolore alla bocca, proprio nel momento in cui suo marito, a bordo della sua nave, veniva colpito alla bocca dalla barra del timone. Ma c’erano anche casi in cui l’esperienza del percepente, quasi certamente, non coincideva intimamente con quella del supposto agente – per esempio, nei casi dell’”arrivo”, il percepente “vedeva” l’agente al momento dell’arrivo, ma l’agente non sarebbe stato capace di visualizzare se stesso così come visto da altri, ciò lasciava supporre che ciò che veniva “trasmesso” era l’idea dell’arrivo, i cui dettagli erano stati forniti dai ricordi del percepente. Ma una conclusione simile emergeva anche dalle apparizioni nel “momento di crisi”; l’agente si sarebbe potuto trovare, nel momento cruciale, con indosso l’uniforme in un campo di battaglia oppure disteso sul suo letto di morte con la sua camicia da notte, ciò che avrebbe visto il percepente era collegato con l’idea quotidiana che aveva dell’agente, ma con dei contorni e delle aggiunte simboliche come, per esempio, un catafalco o una figura religiosa.

In ultimo, Gurney, aveva dovuto affrontare forse la difficoltà più complicata ma anche la più ovvia con cui si scontrava la teoria telepatica delle allucinazioni nel “momento di crisi”, cioè, se come avevano suggerito i membri del “comitato della narrativa” le allucinazioni transeunti erano più comuni fra le persone sobrie ed equilibrate, la relazione apparentemente temporale fra le allucinazioni e le morti, o altre crisi, avrebbe potuto essere riferibile semplicemente al caso. Gurney affronterà questa difficoltà con l’organizzare un censimento, in cui venivano coinvolte 5.705 persone, per determinare quale sarebbe stata l’incidenza dell’allucinazione all’interno di un certo numero di persone in relazione alla percentuale delle morti, così come risultava dal Registro Generale, l’ufficio preposto all’anagrafe. Questo censimento rappresenterà però come un prototipo o una premessa ad un censimento più ampio, di cui parleremo fra breve.

Sidgwick, che già era stato favorevolmente impressionato dalle prove sulla telepatia, sperimentali e non, concordava con Gurney sulle allucinazioni telepatiche nel “momento di crisi”; tuttavia, aveva decisamente dei sentimenti contradditori circa le implicazioni. Infatti, sentiva che, il prendere in considerazione i casi dei “momenti di crisi”, piuttosto che condurre alla prova che una mente non incarnata potesse egualmente operare, come aveva senza dubbio originariamente sperato, conduceva ora ad attribuire la connessione causale fra i fantasmi dei morti e le apparizioni nei “momenti di crisi” a «qualche azione occulta [cioè nascosta] della mente collegata al corpo, sino a quando non si fosse ottenuta una prova sufficiente a dimostrare che la mente non incarnata avrebbe potuto essere un possibile agente»; egli però,credeva che «ancora non si fosse ottenuta una tale prova» (Cfr. Henry Sidgwick ed altri, Presidential Addresses to the Society for Psychical Research 1882-1911, op. cit., pp. 37-38). Ciò che all’inizio sembrava essere stata una delle vie più promettenti nel sostenere le speranze di Sidgwick per annunciare un’esistenza che andasse oltre quella terrena e transeunte di cui abbiamo una certa conoscenza, non soltanto aveva fallito, ma aveva minacciato di mettere fine a quelle speranze.

Sidgwick, per buona parte dell’anno successivo, nel 1887, aveva sofferto, come abbiamo già detto, di una profonda depressione, causata, per gran parte, da questo fallimento, tuttavia, era molto perseverante e malgrado, o forse a causa della fine tragica e prematura di Edmund Gurney, avvenuta nel giugno del 1888 (un’enorme perdita per il SPR, da poco fondato), si era tuffato in due vaste operazioni di ricerca sulla telepatia. Una di queste consisteva in una serie di esperimenti condotti, fra il 1889 e il 1892, da sua moglie, da se stesso e dalla signorina Alice Johnson; principalmente consisteva nel trasferimento telepatico di numeri a due cifre. I risultati erano stati positivi ed anche se tale tema esula dalle finalità di questo saggio, bisogna dire che avevano avuto la funzione di far sì che Sidgwick replicasse con un’analisi logica e statistica e con degli esperimenti per contestare attraverso una verifica la percorribilità delle ipotesi dei suoi oppositori, A. G. L. Letmann e F. C. C. Hansen di Copenhagen, secondo i quali quei risultati favorevoli potevano essere attribuiti ad un “bisbiglio involontario” (Cfr. Henry Sidgwick, Involuntary Whispering Considered in relation to Experiments in Thought-Transference, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 12, 1996-1997, pp. 298-315).

L’altra operazione, molto più ambiziosa, consisteva in un progetto di ricerca che ripeteva, su più larga scala, il “censimento delle allucinazioni”, iniziato da Edmund Gurney, mirante a fare
il punto sull’ipotesi del rapporto caso-coincidenza nei casi di allucinazione nei “momenti di crisi”. Non si sa di chi sia stata l’idea di questa ripetizione – ma sembra abbastanza plausibile che si trattasse di un progetto che già Gurney aveva in mente poco prima della sua morte. Tuttavia, l’inizio di tale censimento veniva annunciato da Sidgwick nell’aprile 1889 dalle pagine del Journal del SPR, mentre allo stesso tempo veniva rivolto un appello a quanti avessero voluto fare del volontariato nel raccogliere le varie esperienze. Nell’agosto successivo il progetto veniva discusso nel Congresso Internazionale di Psicologia Sperimentale tenuto a Parigi, a cui partecipavano i coniugi Sidgwick, Frederic e Arthur Myers; il progetto, sotto la direzione di Sidgwick, era adottato dal congresso (Cfr. A. T. Myers, The International Congress of Experimental Psychology, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 6, pp. 171-182, 1889-1890, p. 173). In aggiunta, veniva organizzata una raccolta di dati negli Stati Uniti, in Francia, in Russia e nel Brasile, ma la maggior parte delle informazioni e dei dati venivano dalla Gran Bretagna.

Il Censimento era organizzato e condotto da un comitato di sei persone, presidente ne era Henry Sidgwick e gli altri membri erano sua moglie, Alice Johnson, Frederic Myers, Frank Podmore e Arthur Myers, che però morirà prima che il rapporto fosse stato ultimato e pubblicato. L’organizzazione e l’analisi dei questionari compilati erano principalmente svolte da Nora Sidgwick, che scriverà anche il rapporto finale, da Alice Johnson e con “l’aiuto speciale” di Henry Sidgwick. Egli fungeva anche da “uomo di punta” nel senso che si occupava dei rapporti correnti, preparava il rapporto per il successivo congresso internazionale, si terrà a Londra nel 1892 e ne sarà il presidente, e aveva un ruolo nell’intervistare i testimoni. I 410 volontari avevano raccolto le risposte da 17.000 persone al di sopra dei ventuno anni. A questi volontari preposti alla raccolta dei questionari era stata data istruzione di non cercare persone che loro sapevano avere avuto precedenti esperienze di allucinazione. Tuttavia, come controprova, veniva posta la domanda anche ad un intero gruppo di persone che partecipavano, per esempio, ad una funzione religiosa o ad un lavoro di fabbrica, che non poteva in nessun modo essere stato preselezionato per scartare le persone che avessero avuto già esperienze di quel tipo. La domanda sul censo era la seguente:

Credendoti in stato di perfetta veglia, hai mai avuto l’impressione
vivida di vedere o di essere toccato da un essere vivente o da un
oggetto inanimato, oppure quella di sentire una voce, l’impatto
della quale, per quanto tu abbia potuto scoprire, non potesse essere
attribuito a nessuna causa fisica esterna?

A tale domanda, dopo che erano stati eliminati tutti quei casi di sogno o delirio, 1.684 avevano risposto “si”, ma nell’insieme si erano avute 1.942 allucinazioni. Le interviste e le successive
corrispondenze con queste persone avevano fornito una grande quantità di informazioni generiche: sulle allucinazioni sporadiche fra individui che sembravano sani di mente, sui sensi che comunemente venivano a essere più interessati, sulle condizioni della percezione (se in piedi, o a letto, o fuori di casa ecc.), sulle differenze di sesso o di nazionalità o di età del percepente. Il nostro interesse principale però ora deve rivolgersi alle “allucinazioni veridiche”. Infatti, il rapporto sul censimento conteneva dei capitoli significativi riguardanti le allucinazioni collettive, le apparizioni localizzate e ricorrenti dei fantasmi dei morti – argomenti su cui, per quanto interessanti, bisognerà ora sorvolare; ma la sua preoccupazione principale consisteva nella possibilità di motivare le allucinazioni nei “momenti di crisi”, in termini di “caso-coincidenza”.

In questa sede non posso analizzare in dettaglio i vari argomenti impiegati dal comitato del gruppo di Sidgwick per affrontare l’ipotesi della coincidenza casuale, ma il nocciolo è questo.

Il censimento aveva selezionato 350 esempi di allucinazioni visive di persone conosciute dai percepenti e da questi ultimi ritenute essere, sino a quel momento, ancora vive (erano stati esaminati solo i percepenti che non avevano avuto nessun’altra allucinazione). Di questi esempi, 80 riguardavano casi di coincidenza in prossimità della morte, nel senso che, in questi casi, la morte della persona in questione era avvenuta circa dodici ore prima, o dopo, del fenomeno dell’allucinazione. Tuttavia appariva, dal modo in cui i casi erano distribuiti nel tempo, più facile che le persone dimenticassero i casi dove non c’era coincidenza, piuttosto che quelli dove la coincidenza c’era. Il comitato aveva calcolato che (eliminati tutti quei casi dove i percepenti erano di età inferiore ai dieci anni, e tutti quei casi che avrebbero potuto essere ritenuti sospetti o dubbi), il numero reale delle allucinazioni visive riconosciute poteva raggiungere il numero di 1.300 (per essere cauti) e il numero di quelli coincidenti con il momento della morte di 30. Ma il comitato riteneva che, come risultava dai tabulati del registro generale sulle morti, mentre la probabilità lasciata al caso che un determinato decesso si fosse verificato in quel giorno aveva un rapporto statistico di 1 a 19.000, invece la proporzione che tali allucinazioni coincidessero con la realtà era in un rapporto di 30 a 1.300, cioè un numero 440 volte maggiore del rapporto lasciato al caso. Nella maggior parte di quei 30 casi i percepenti erano stati interrogati da membri, o da rappresentanti del comitato, e coloro che avevano raccolto queste risposte non avevano mai avuto in passato nessuna cognizione dell’esperienza dell’intervistato. In almeno 16 casi il percepente non aveva avuto nessuna ragione per supporre che il deceduto non
stesse bene o che la sua malattia fosse stata causa di ansietà. C’è
da dire che la maggior parte dei casi trattati non includevano
gente anziana e quindi persone presumibilmente più vulnerabili (Cfr. A. Johnson, recensione al libro di Edmund Parish, Ueber die Trugwahrnehmung, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 11, 1895, pp. 170-171. 236 Cfr. H. e E. M. Sidgwick e A. Johnson, Report on the Census of Hallucinations, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 10, 1894, p. 393.). Qualche volta erano venuti alla luce errori di memoria (come in un caso indagato da Sidgwick) ma non erano tali da invalidare il fatto fondamentale della correlazione fra l’allucinazione e la morte. In alcuni casi i percepenti avevano preso nota dell’esperienza oppure ne avevano fatto menzione ad altre persone prima di venire a conoscenza della morte.

Ma se consideriamo come altamente improbabile che un numero così grande di persone ritenute rispettabili avessero detto per burla tutte quelle cose; se consideriamo che ciò avrebbe
necessariamente richiesto un connivente mettersi d’accordo su grande scala; se consideriamo che, in un certo numero di casi, la coincidenza temporale fra la morte e l’allucinazione era avvenuta nelle dodici ore e che qualche volta la persona aveva percepito l’informazione con dati che andavano oltre il mero fatto della morte; la conclusione raggiunta dal comitato e firmata da tutti i suoi membri, con a capo lo stesso Henry Sidgwick, sembra difficile da contestare:

abbiamo dimostrato che – dopo aver tenuto in assoluta considerazione tutte le cause di errore possibili e accertabili – il numero di queste esperienze rimane di gran lunga superiore per permetterci di prendere in considerazione l’ipotesi caso-coincidenza; così viene confermata la conclusione a cui era già arrivato il signor Gurney [che implica la percorribilità della teoria telepatica in caso di allucinazioni in “momenti di crisi”] (Cfr. H. e E. M. Sidgwick e A. Johnson, Report on the Census of Hallucinations, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 10, 1894, p. 393).

Sarebbe corretto aggiungere che, sebbene il metodo riguardante l’acquisizione dei casi e l’analisi usata dal comitato per il censimento oggi non sarebbe stata ritenuta all’altezza, il rapporto sul censimento, con la sua analisi dettagliata delle possibili spiegazioni alternative, lasciava l’onere assoluto di trovare ulteriori e più soddisfacenti controproposte a quanti eventualmente avessero voluto fare delle critiche. A prescindere dalla validità, o meno, dell’ipotesi telepatica, è difficile negare che Gurney e il comitato di Sidgwick abbiano messo in luce problemi fuori dal comune.

 

5. Ultimi Anni

Gli interessi di Sidgwick nei fenomeni “psichici” occuparono quaranta anni della sua vita e forse di più; una parte consistente di tali interessi era motivata da preoccupazioni morali e religiose. Ora è tempo di chiederci se, o sino a che punto, i suoi progetti nella ricerca psichica abbiano soddisfatto o appagato le speranze o gli sforzi iniziali. Questa non è una domanda alla quale si possa rispondere con facilità. I suoi punti di vista ed i suoi umori erano soggetti ad oscillazioni e nell’insieme quelle che andavano verso il basso erano più di quelle che andavano verso l’alto. Ma prima di arrivare alle posizioni da lui assunte negli ultimi anni della sua vita, è necessario dire qualcosa su un’altra sua ricerca, perseguita per lungo tempo, in cui il suo gruppo ebbe una parte preminente, mentre lui stesso rimaneva, in larga misura, dietro le quinte.

Sino alla metà degli anni ’80, il gruppo Sidgwick aveva avuto a che fare principalmente con dei medium cosiddetti “fisici”, perché attraverso particolari qualità dei loro organismi, si supponeva che gli spiriti potessero produrre fenomeni fisici sorprendenti: fare muovere degli oggetti, comunicare attraverso ticchettii, produrre materializzazioni. Le esperienze che il gruppo aveva avuto di tali medium erano state del tutto improduttive, per sospetta frode – infatti, in un articolo molto critico, pubblicato nel 1886, Nora Sidgwick aveva portato alle dimissioni della maggior parte del contingente spiritista presente nel consiglio del SPR. Viceversa medium “mentale” era definito un medium di cui si presumeva che la facoltà della parola, della scrittura, della vista o dell’udito potessero essere controllate o influenzate da spiriti. Il primo medium di questo tipo degno di nota, a capitare sotto l’attenzione del gruppo,era stata la signora Leonara Piper (1859-1950) di Boston, Massachusetts.

Le qualità medianiche della signora Piper si erano manifestate per caso, nel 1884; mentre lei era presente ad una seduta spiritica era caduta in trance ed aveva scritto un messaggio per uno
dei partecipanti. L’anno successivo era stata volutamente “scoperta” da William James, allora professore di Psicologia ad Harvard, la cui suocera e la cui cognata erano rimaste fortemente impressionate durante una seduta. James «aveva ostentato con le sue congiunte superiorità», tuttavia era diventato tanto interessato da partecipare anonimamente ad una seduta e, a sua volta, ne era rimasto colpito. Durante il 1885 aveva mandato da lei circa altre 25 persone, sotto pseudonimi diversi e l’ultimo anno aveva pubblicato, nei Proceedings del SPR americano appena fondato, un breve rapporto su ciò che lui aveva scoperto. Scriveva: «sono personalmente convinto dell’onestà della medium e della sincerità dello stato di trance; e sebbene all’inizio fossi portato a credere che i successi che lei aveva avuto erano o coincidenze fortunate o il risultato della sua conoscenza dei partecipanti alla seduta e della situazione della loro famiglia, tuttavia ora credo che lei sia in possesso di poteri non ancora spiegati» (Cfr. W. James, Essays in Psychical Research, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 1986, p. 16.).

James era conosciuto da certi membri del gruppo Sidgwick così nel 1887 «un membro cooptato nel gruppo, Richard Hodgson, considerato esperto nel demistificare e nell’indagare le
frodi, era stato spedito a Boston per fare da segretario del SPR americano. Hodgson metteva ordine nel sistema di schedatura degli appunti e introduceva anche un sistema per fare partecipare nuovi intervenuti alle sedute sotto pseudonimi. Tuttavia, non era passato molto tempo prima che la signora Piper portasse Hodgson sulle stesse posizioni espresse già prima su di lei da James. Hodgson ebbe la responsabilità del SPR americano, e principalmente del lavoro della signora Piper, sino alla sua morte prematura, avvenuta nel 1905, ma lei rimase il punto focale dell’attenzione di quel SPR per un altro decennio.

È impossibile qui discutere tutte le implicazioni connesse col caso Piper. Tuttavia, tutto ciò che si può inserire in proposito al tema in questione, prima di ritornare al pensiero di Sidgwick, è qualche annotazione che faccia da sfondo. La signora Piper era, ciò non deve essere dimenticato, una “medium da trance”, ciò vuol dire che, quando parlava o scriveva per conto di una persona morta, assumendone i caratteri, lei stessa era chiaramente (per quanto fosse dato da capire) inconsapevole di quel che stava accadendo. Hodgson ed altri che la tenevano in osservazione arrivavano a distinguere fra i suoi “controllori”, o “spiriti guida”, ed i suoi “comunicatori”. I controllori, a quanto pare, erano delle entità capaci di controllare direttamente la parola o la scrittura del medium, presumibilmente attraverso determinati centri cerebrali; invece, i comunicatori, normalmente, non potevano far ciò e si affidavano agli spiriti guida per mandare i loro messaggi. Ad ogni dato periodo della vita della signora Piper corrispondevano alcuni spiriti guida. Dal 1885 sino, all’incirca, al 1892, lo spirito guida principale era stato un sedicente dottore francese, chiamato “Phinuit”, dal carattere affabile che, in un giorno fortunato, poteva manifestare una conoscenza sorprendente delle questioni
personali dei partecipanti alla seduta e dei loro congiunti morti, ma che in una giornata cattiva andava a tentoni, fornendo informazioni su cose ovvie. Non era mai stato capace, tuttavia, di fornire nessun dettaglio o resoconto particolare sulla sua vita terrena. Gradualmente era stato sostituito da George Pellew, a cui ci si rivolgeva soltanto con le iniziali, “G. P.”; si trattava di un giovanotto morto di recente, dal portamento aristocratico, dagli interessi letterari e filosofici, che era stato conosciuto da Hodgson. Molti degli amici ancora viventi di Pellew erano molto colpiti dal come la signora Piper riuscisse a impersonarlo. Sotto il regime di G. P. il tono delle sedute era migliorato e la scrittura, come mezzo principale di comunicazione, aveva rimpiazzato la parola, la qualcosa aveva reso molto più facile una completa schedatura degli appunti sulle sedute.

Purtroppo, dalla fine del 1896, G. P. era stato messo in ombra da un gruppo di spiriti esaltati che operavano sotto il nome di “imperatore”, “rettore”, “dottore”, “prudenza” ecc. che affermavano, non si sa su quali basi, di essere gli stessi spiriti guida di un vecchio medium britannico W. Stainton Moses. Imperatore e rettore, in particolare, erano inclini a scrivere grandi quantità di insegnamenti religiosi in tono pontificatorio, per usare la frase di Broad un “non-senso ieratico” combinato con un non-senso pseudo-scientifico.

A causa di ciò, alcuni di quelli che avevano avuto una prolungata esperienza dell’arte medianica della signora Piper alla fine non si erano sentiti di sottoscrivere il giudizio positivo, anche se cauto, di William James, anzi altri erano andati oltre. Infatti, non essendo per niente facile il fornire una qualsiasi spiegazione, normale, paranormale o sovranormale dei fenomeni della signora Piper, né una risposta soddisfacente, ognuno dava le proprie spiegazioni ovvie e “normali”; dicevano che le informazioni fornite dalla signora Piper sulle persone di cui prendeva le sembianze o sui comunicatori deceduti, erano possibili in quanto lei: 1) coglieva alcune indicazioni sull’età, l’apparenza, la classe sociale ecc. dei partecipanti alla seduta, pescando informazioni qua e là e azzardando, con qualche probabilità di successo, delle risposte; 2) poteva contare su un’eccellente memoria e sul pettegolezzo che, allargandosi come una tela di ragno ed estendendosi da Boston a tutti i suoi paraggi, malgrado coloro che tenevano sotto controllo le sue sedute avessero introdotto gente diversa sotto pseudonimi, le faceva intuire le identità delle persone sulle quali diceva di indagare e produrre quindi delle informazioni basandosi sul sentito dire; 3) impiegava detective privati.

Ovviamente vi erano delle difficoltà da superare per provare come vera ognuna di queste ipotesi, per esempio, l’impiego di detective privati avrebbe comportato un impegno economico; nell’ipotesi di frode, la si sarebbe potuta tenere sotto controllo per molte settimane; i successi da lei riportati ogni volta iniziava delle nuove sedute in luoghi diversi, come nel caso quando era andata per la prima volta in Inghilterra; l’impressionante modo in
cui impersonava e caratterizzava le persone morte che apparentemente comunicavano attraverso lei. Ma, fra tutte queste difficoltà, la maggiore, perchè lasciava estremamente stupefatti tanto i partecipanti delle sedute quanto gli investigatori, era costituita dall’assoluta specificità e precisione delle informazioni assolutamente sconosciute, e tuttavia giuste, fatte dai suoi comunicatori. Tale combinazione rendeva sempre più difficile il concepire che l’informazione sarebbe stata ottenuta da mezzi ordinari. Prendiamo, ad esempio, un breve caso, mai reso pubblico. Durante una seduta, immediatamente dopo la morte di Sidgwick, un comunicatore chiamato “Hugh”, che non aveva nessun tipo di relazione con nessuno dei partecipanti alla seduta, aveva fatto la sua comparsa. Hugh era stato l’ultimo marito di una giovane signora inglese, Edith Mary Barber – aveva partecipato a diverse sedute con la signora Piper a Boston. Dopo di allora questa signora era ritornata in Inghilterra. Hugh, che era stato ufficiale medico nell’esercito britannico in India, ora, in assenza di lei, parlava di un club da lui frequentato in quel luogo e di un certo “George Dillon” che era stato un membro del club, e che gli aveva dato un sigaro finto. La signora Barber, essendo stata contattata da Hodgson rispondeva di essere a conoscenza del club e di George Dillon (tuttavia mai menzionati in nessun’altra seduta della quale esistono resoconti esatti) ma di non essere a conoscenza del sigaro. Allora scriveva a Dillon, ancora in India, per chiedere informazioni su quel fatto, ricevendo conferma dello scherzo del sigaro.

Al tempo di questa seduta la signora Piper si trovava negli Stati Uniti, la signora Barber in Inghilterra e George Dillon, che aveva la parte conclusiva dell’informazione, conosciuto dalla signora Barber ma non dalla signora Piper, in India. Era difficilmente immaginabile che la signora Piper avesse avuto una rete di informatori o di agenti privati tanto in India quanto in Inghilterra e a Boston; d’altra parte, spiegare questo episodio in termini di telepatia certamente richiederebbe un modo molto tortuoso di ragionamento e molte supposizioni costruite ad hoc.

Le complicazioni, di cui abbiamo parlato, sulla teoria telepatica, come si può notare, erano simili a quelle che si trovavano in certi tipi di allucinazioni veridiche. Il comitato responsabile del Censimento sulle allucinazioni, a seguito dello studio sulle prove e sulle possibili trappole connesse, fra i 95 casi da loro raccolti, concludeva che «non si poteva dubitare che ci fossero casi di allucinazione collettiva, ma su alcuni di essi, anche se rari, non c’era possibilità di sbagliare (Cfr. Henry Sidgwick, Eleanor Mildred Sidgwick e Alice Johnson, Report on the Census of Hallucinations, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 10, 1894, op. cit., p. 320.). Gurney aveva lo stesso punto di vista. Le apparizioni nei “momenti di crisi” e le apparizioni ripetutamente localizzate, avvenute dopo la morte, potevano essere percepite anche collettivamente, ciò però rendeva ancora più complessi i problemi. Infatti, dare un resoconto delle ipotesi telepatiche e del come due o più persone arrivassero apparentemente a percepire la stessa immagine frutto di allucinazione nello stesso momento e nello stesso posto, anche se, qualche volta, da prospettive marcatamente differenti, richiedeva una fervida immaginazione nel fornire teorizzazioni adeguate.

Questo per quanto riguarda lo scenario delle sedute spiritiche, ma ora ritorniamo a Sidgwick, alle sue opinioni sulla signora Piper e alle questioni a lei connesse. Sebbene le sedute a cui avevano partecipato Sidgwick e la signora Piper, fra il 1889 ed il 1890, avessero dato risultati mediocri, «le esperienze dei suoi amici lo avevano colpito profondamente», e pensava di trovarsi «alle soglie di qualcosa di importante»; così lui, come sua moglie, continuavano ad essere fortemente interessati ai fenomeni della signora Piper (Cfr. A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., pp. 502, 507.). Non siamo a conoscenza di altri commenti che Sidgwick abbia fatto a proposito della signora Piper, se non di quelli dell’aprile 1898 quando furono stampati i suoi commenti estemporanei su Hodgson nel Journal (Cfr. Henry Sidgwick, ”Journal of the Society for Psychical Research”, vol. 8, pp. 220-221.). Hodgson aveva lasciato una sua prima presa di posizione a favore della teoria telepatica e, per diverse ragioni, era diventato un convinto assertore della teoria della sopravvivenza (Cfr. R. Hodgson, A Further Record of Observations of Certain Phenomena of Trance, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 13, 1898, pp. 357- 412). Fra le ragioni da lui addotte, basate sui suoi rapporti personale sulle sedute piuttosto che su indagini fatte da altri, c’erano queste: (a) il successo o meno delle sedute sembrava dipendere principalmente dai comunicatori piuttosto che dai partecipanti, infatti, in generale i comunicatori andavano quasi tutti bene, ad eccezione di quelli confusi perché i loro spiriti erano andati all’altro mondo in uno stato di confusione; (b) l’informazione data da un particolare comunicatore era tipicamente adeguata a ciò che ci si potesse aspettare da lui o da lei, a prescindere dai limiti delle menti dei partecipanti; (c) i comunicatori davano spesso delle giuste informazioni che trascendevano ciò che era noto ai partecipanti, se l’ipotesi della telepatia fosse stata giusta queste informazioni avrebbero dovuto essere localizzate e selezionate dalle menti di persone lontane, forse anche persone non conosciute da nessuno dei partecipanti, e spesso non conosciute nemmeno dal medium; (d) qualche volta avveniva che il comunicatore di un certo partecipante ritornasse per aggiungere un’informazione giusta in una seduta dove non era presente il partecipante in questione; (e) in parecchie sedute, venivano date delle informazioni in modo così rapido come mai avvenuto negli esperimenti di telepatia.

Sidgwick, nel sottolineare il cambiamento di Hodgson, era incline ad ammettere che una certa prova (se ottenuta in condizioni particolari e ripetuta in numero di volte tale da poter essere sottoposta ad un trattamento statistico), «avrebbe indicato certamente l’adozione di una qualche forma di “spiritismo” come un’ipotesi percorribile». Ma, in quel momento, essendo le prove quelle che erano, non poteva dire altro che «a prima facie, erano stati trovati dei casi degni di ulteriori indagini, per cui non si doveva perdere d’occhio questo tipo di ipotesi». Le esperienze precedenti della signora Piper, mentre non fornivano basi, in condizioni normali, per essere definite fraudolente, invece facevano sorgere dubbi sulle qualità morali della sua “seconda personalità”. Phinuit era uno spirito guida sgusciante, ed anche G. P., che in vita era stato incline agli interessi per la filosofia, sembrava che ora mancasse delle più elementari nozioni di essa. Hodgson replicava, non a torto, che se Sidgwick «avesse dovuto discutere di filosofia attraverso l’organismo della signora Piper, il risultato sarebbe stato totalmente differente dalle sue lezioni di Cambridge». Viene riferito che Sidgwick, nel gennaio del 1890, commentando ancora una volta a braccio una delle conferenze sulla signora Piper, dicesse che «sarebbe stato necessario, prima di arrivare ad una decisione finale in riferimento alle prove, allargare il campo d’azione delle indagini ed ottenere prestazioni, informazioni e manifestazioni da altre persone». In ogni caso, non si sarebbe potuto basare sopra una prova, per quanto strepitosa, ottenuta da un solo medium. Nel frattempo, tuttavia, egli pensava fosse importante fare del proprio meglio per giungere a delle considerazioni accurate e riformulate sulle manifestazioni della signora Piper (Cfr. H. Sidgwick, “Journal of the Society for Psychical Research”, vol. 9, p. 168). In breve, Sidgwick, per qualche oscura ragione, era scivolato lentamente verso quella teoria della sopravvivenza nella quale gli avrebbe fatto piacere credere. Così prevedeva che un giorno avrebbe potuto accettarla come una “ipotesi percorribile”, anche se, per il momento, stava ancora aggrappato agli argomenti in favore della teoria telepatica.

Alla fine del Diciannovesimo secolo, ed agli inizi del Ventesimo, si poteva frequentemente sentir dire che il semplice fatto che ci fosse una comunicazione telepatica sarebbe stato sufficiente per provare l’immaterialità della mente, con tutte le possibilità che tale affermazione avrebbe potuto dischiudere. Tale posizione era stata riassunta, forse nella forma più concisa, da Lord Rayleigh, il quale sottolineava come «la telepatia con i morti, quando paragonata alla telepatia con i vivi e questa fosse stata accettata, non avrebbe presentato problemi aggiuntivi. Se l’apparato sensorio non veniva usato nella telepatia riguardante i vivi, perché avrebbe dovuto essere necessario nella telepatia con i morti?» ( Cfr. J. W. Strutt, terzo barone di Rayleigh, Presidential Address, in “Proceedings of the Society for Psychical Research”, vol. 30, 1920, p. 288.). Dal canto suo, Sir William Barrett, il quale aveva avuto un ruolo fondamentale nella nascita del SPR, e più avanti anche del SPR americano, trovava argomenti forti contro la nuova analogia popolare fra la telepatia ed il “telegrafo senza fili” e contro qualsiasi ipotesi la quale credesse che le leggi della telepatia appartenessero al mondo fisico (Cfr. W. F. Barrett, Psychical Research, London, Williams & Norgate, 1911, pp. 108-109); mentre Tennyson, nel suo Aylmer’s Field, poneva il tema in termini più poetici:

Come una stella vibra di luce per un’altra, perché un’anima
Non può far vibrare un’altra anima attraverso il più nobile dei
suoi elementi?

Si potrebbe naturalmente supporre che Sidgwick avrebbe potuto avere la tentazione di essere attratto da tali interpretazioni che, in una certa misura, avrebbero potuto risolvere i suoi problemi; ma per quanto se ne sappia, non è mai stato preso da tale tentazione, né ha mai fornito nessuna proposta riguardante la natura della telepatia, e non è facile comprendere come avrebbe potuto combinarla con tutti gli aspetti del suo pensiero. Infatti non aveva bisogno della telepatia per disapprovare quella sorta di materialismo proposto da Clifford o da Büchner – possiamo apprendere ciò da quel poco che lui ha scritto sulla filosofia della mente. Era d’accordo sul fatto che «ci siano forti basi – in grande misura fondate sulla deduzione – che ci portano a credere che fatti psichici come le sensazioni, le emozioni, i pensieri e le volizioni hanno sempre delle concomitanze corporee nel movimento del sistema nervoso» (See Henry Sidgwick, Philosophy, Its Scope and Relations: An Introductory Course of Lectures, edited by James Ward, London Macmillan, 1902; p. 52 e 144.). Poi aggiungeva che «la diversità, prima facie, tra fatti mentali e mutazioni nervose e l’apparente assenza totale di similarità fra essi costituisce un ostacolo, difficile da superare, per una qualsiasi sintesi di natura materialistica» ( Ivi, p. 54). Così rilevava come anche «pensatori colti dalle tendenze materialistiche » ora ammettevano che la psicologia ha a che fare con questa “duplice natura dei fatti”, quelli fisici e quelli psichici, dei quali nessuno dice di saperne la connessione. In conclusione, il casus belli fra i materialisti ed i loro oppositori si sarebbe appoggiato sui legami causali della duplice natura dei fatti, ove i materialisti, fra cui non è difficile trovare “pensatori colti”, affermavano che il «nesso causale risiede totalmente sull’aspetto fisico», (ma anche oggi non è difficile trovare “pensatori colti” con analoghi punti di vista). Sembra probabile che la preferenza di Sidgwick per il “dualismo naturale”, così come inteso dal senso comune, lo avrebbe portato a lasciare aperta la possibilità sia all’ipotesi di una causalità mentale tra la duplice natura dei fatti che si succedono nella stessa mente (oppure ad una serie di fatti dalla duplice natura), sia alla connessione mentale di un fatto dalla duplice natura in una stessa mente o in due menti diverse, lasciandogli così una scappatoia per trattare del problema della telepatia. Si potrebbero avere dei dubbi sul fatto che un tale approccio sul rapporto mente-cervello e telepatia si potesse ben conciliare sia con la sua teoria di un “ego duraturo”, frutto di un’intuizione immediata, sia con la sua concezione per la quale «nessun tentativo di analizzare completamente [la cognizione], per arrivare a scoprirne i fatti psichici più elementari, abbia avuto successo… o sembra che possa averne» (Ivi, pp. 86-87; vedi anche H. Sidgwick, Lectures on the Ethics of T. H. Green, H. Spencer and J Martineau, a cura di E. E. Constance Jones, London e New York, Macmillan & Co., 1902, p. 3). Tuttavia, l’accettazione della telepatia rimarrà centrale per il suo modo di pensare sulla ricerca psichica, e costituirà un impedimento alla sua speranza di poter progredire sul problema della vita dopo la morte.

 

6. La Prova del Teismo

Nel 1898, due anni prima della sua morte, Sidgwick aveva presentato al Synthetic Society un contributo sul tema riguardante la natura della prova del teismo che potrebbe essere rilevante, forse solo indirettamente, per i problemi qui trattati (Cfr. H. Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, ora in A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., pp. 600-608; vedi anche A. J. Balfour, a cura di, Papers Read before the Synthetic Society 1896-1908 and Written Comments thereon Circulated among the Members of the Society, London, Spottiswoode, 1909, pp. 170-179.). Il tema veniva affrontato sulla traccia di quanto aveva accennato in passato. Ora, rispondendo all’affermazione dei positivisti, per i quali la scienza può solo ammettere ipotesi che siano direttamente verificabili attraverso l’esperienza sensoria, afferma che

…più esaminiamo i processi di ciò che è comunemente accettato come conoscenza e più troviamo che la nozione di “verifica attraverso l’esperienza”… è inadeguata a spiegare o giustificare tale conoscenza. Il criterio che troviamo veramente decisivo, caso dopo caso, non è una nuova percezione sensoria particolare, o un gruppo di nuove percezioni sensorie, bensì la risultante di un sistema di credenze elaborato e complesso, in cui sono combinate un numero infinito di percezioni e deduzioni. (Cfr. H. Sidgwick, On the Nature of the Evidence for Theism, ora in A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 607)

Prende come esempio la teoria dell’evoluzione e quella del sistema copernicano sui movimenti degli astri e suggerisce che la teoria dell’evoluzione non è per niente dimostrata dai numerosi fatti selezionati e osservabili che Darwin aveva fornito per sostenerla; credo intendesse dire che i fatti singoli e particolari, presi per sostenerla, dovevano essere coerenti con la teoria ma non potevano, viceversa, essere anticipati da essa nei particolari. Infatti il sistema copernicano «aveva avuto la meglio per mezzo della maggiore semplicità e coerenza con cui aveva spiegato fenomeni già conosciuti» (Ibidem.). Ritornando al teismo, egli sottolinea:

… lo scopo principale della filosofia è quello di unificare completamente, di portare ad una coerenza trasparente tutti i settori del pensiero razionale; e questo scopo non può essere realizzato da una filosofia che lasci fuori dal suo spettro di investigazione l’importante corpo dei giudizi e dei ragionamenti che forma il soggetto materiale dell’etica;… a me pare che, se siamo portati ad accettare il teismo [e il governo morale del mondo] come capace di essere, più che qualsiasi altra concezione dell’universo, coerente… con l’intero corpo di ciò che comunemente siamo d’accordo nel chiamare conoscenza – inclusa la conoscenza di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato – lo accettiamo su fondamenti analoghi a quelli con cui sono state accettate importanti conclusioni scientifiche; ed anche che… potremmo ottenere una sufficiente forza di convinzione ragionata per giustificarci nel definire le nostre conclusioni una “filosofia operativa” (Ivi, pp. 604-605; 607-608).

Sidgwick certamente ha ragione nel supporre che le proposizioni scientifiche, in pratica, vengono spesso accettate (o rifiutate) non a causa, o soltanto a causa, di nuove scoperte o nuovi elementi da esse direttamente anticipati, viceversa, vengono accettate in virtù della coerenza e dell’armonia che esse hanno con un intero gruppo di credenze già consolidate e di altre che si vanno aggiungendo, tanto di ordine fattuale che di ordine teoretico. Ciò è particolarmente, anche se non esclusivamente, vero per quella che possiamo definire la scienza “ibrida”, basti pensare come spesso i cani bastardi siano più interessanti di quelli di razza pura. Intendo parlare di scienze come la geologia, la geografia, la meteorologia, la climatologia, la biologia, la botanica, la medicina, sia quella legale che quella che attiene alla psicologia, le quali si appoggiano largamente, sebbene non completamente, sulle scoperte e sui concetti di scienze più “fondate”, come la fisica e la chimica, e sullo scambio reciproco di concetti. Molte teorie vanno attraverso stadi, da cui possono emergere o meno, ove il fatto che siano accettate non dipende dalla loro capacità di predire specificatamente qualcosa che, in maniera decisiva, le distingua da altre teorie concorrenti, bensì dal grado della loro armonizzazione e coerenza con una varietà di scoperte, sia di quelle ormai consolidate, sia di quelle nuove. Basti considerare alcuni esempi, presi a caso, di dibattiti, spesso prolungati, su temi riguardanti lo spostarsi dei continenti, l’origine degli uccelli dai dinosauri, le cause che hanno portato alla fine delle masse cretacee, le cause delle glaciazioni, le patologie bubboniche o virali che hanno scatenato la peste nera.

Ora Sidgwick, a proposito dei fenomeni psichici che gli stavano particolarmente a cuore, per quanto se ne sappia, non ha mai introdotto il concetto di “coerenza” come criterio per sceglierefra l’interpretazione che si basa sulla telepatia e quella che
si basa sulla sopravvivenza. All’inizio, come abbiamo visto, aveva sottolineato l’importanza di adottare l’ipotesi “minima” nell’accettare un qualsiasi fenomeno “psichico”. Così, se in esperimenti di telepatia, che apparentemente avevano avuto successo, le possibilità di imbroglio o di coincidenza casuale non fossero state assolutamente escluse, la telepatia non sarebbe stata soddisfacentemente dimostrata. Ma se la telepatia fosse stata accuratamente fondata, sarebbe diventata essa stessa una potenziale ipotesi “minima”. Così nelle apparizioni nei “momento di crisi”: sarebbe stato molto più semplice adottare ragionevolmente con Sidgwick il punto di vista minimalista che tali apparizioni erano delle allucinazioni generate telepaticamente, piuttosto che seguire la credenza tradizionale secondo la quale esse rappresentavano la manifestazione dell’addio di un’anima che, nel momento della dipartita, volesse salutare una persona amica ancora in vita. Ma questa conclusione minimalista era stata, in buona parte, la causa che aveva fatto precipitare lo stato d’animo di Sidgwick nella nera disperazione che era seguita alla pubblicazione del Phantasms of the Living.

Ma quando andiamo ad osservare quei fenomeni più refrattari all’indagine e che lasciano perplessi, cambiano le regole del gioco, o forse diventano progressivamente più indefinibili. Il comitato del Censimento, sotto la presidenza di Sidgwick, si era trovato d’accordo sul fatto di aver messo insieme delle prove che, alla fine, non erano trascurabili per quel che riguardava tali fenomeni strani come: apparizioni percepite collettivamente, apparizioni ripetute in determinati luoghi e apparizioni di vario genere avvenute dopo la morte. Qui non siamo in grado esprimere in maniera adeguata quanto complessa possa essere la valutazione di questa materia. Ma è abbastanza chiaro che se noi, arbitrariamente, qualcuno direbbe non scientificamente, scartassimo le prove di prima mano di tali fenomeni, vagliate accuratamente
dal comitato, oppure allargassimo e complicassimo a dismisura una teoria sulla telepatia per farvi rientrare tali fenomeni, o cercassimo di sviluppare un certo tipo di teoria basata sulla sopravvivenza che evitasse le difficoltà più ovvie, i vari pro e contro diventerebbero così numerosi e così egualmente controbilanciati e contrapposti che il decidere l’ipotesi “minima” diventerebbe un compito difficile. Potremmo mai metterci d’accordo sul criterio giusto per prendere una decisione?

Alla fine, se ritornassimo al dibattito del 1898, cui si accennava sopra, fra Sidgwick e Hodgson, su quale fosse l’interpretazione migliore dei fenomeni offerti dalla signora Piper, troveremmo che le loro differenze piuttosto che avere a che fare solo in parte con le apparenti, ma in pratica inconoscibili, caratteristiche e barrire della telepatia, avrebbero a che fare con i problemi della coerenza e dell’armonia degli aspetti dei fenomeni in relazione a due schemi interpretativi differenti. Hodgson pensava che la qualità delle comunicazioni variava a seconda dei comunicatori, concepiti essere molto simili a quello che erano in vita, piuttosto che, come potrebbe supporre la teoria telepatica, con chi era, o non era, presente alla seduta spiritica. Sidgwick dall’altro lato trovava delle indicazioni per le quali spiriti guida e comunicatori erano ruoli giocati da una personalità secondaria emergente dalla signora Piper in stato di trance e, proprio per questo, essi mostravano, proprio come ci si aspettava, delle deficienze di natura intellettuale e morale. Hodgson chiaramente offriva una contro spiegazione divertente per queste manchevolezze, ma non risolveva alcun problema per quel che riguardava l’ipotesi “minima”, sebbene non ci sia dubbio che Sidgwick abbia continuato cautamente ad accettare anzitempo quella che era stata l’interpretazione da lui desiderata della sopravvivenza.

Il campo in cui vengono giocati questi giochi, dove nessuno dei due giocatori può cantare vittoria, non è, come si pensa, quello tradizionale in cui le teorie scientifiche cambiano e si sviluppano «grazie al fatto che esperienze, veramente significative, hanno provato che la nuova opinione sia giusta e la vecchia sbagliata », bensì quello della “coerenza” della quale, come abbiamo visto, Sidgwick argomenta a favore e in cui «la nuova opinione sembra armonizzarsi meglio con i precedenti fatti conosciuti», ed anche, naturalmente, con i fatti che sopraggiungono, qualora ce ne fossero, e con i presupposti e quant’altro costituisca una conoscenza di carattere generale (Ivi, p. 606.). Chiaramente si sentiva più a suo agio con questa teorizzazione scientifica, più flessibile ed aperta di quanto non si trovasse con l’ipotesi “minima” restrittiva che aveva dominato e rabbuiato la sua prospettiva alla fine degli anni ’80.

Naturalmente il valutare una teoria scientifica per la sua “coerenza” con i fatti già consolidati o con quelli emergenti, e con la «concezione prevalente del corso della natura» presenta alcune ovvie difficoltà e delle considerazioni particolari che però esulano dal campo di indagine di questo capitolo ( Ibidem). La più ovvia di queste difficoltà, che notoriamente si oppone alla teoria della verità, intesa come coerenza, è quella derivante dallo stabilire che cosa possa significare il termine “coerenza” o il termine “concordanza” al di fuori delle cornici dei sistemi logici o matematici, in un contesto dove termini ancore più vaghi come “armonizzare” o “essere d’accordo con” possono sembrare essere altrettanto compatibili. Vi è anche un’altra difficoltà, quella rappresentata dal fatto che, il definire una teoria “coerente” con un certo gruppo di fatti può andare molto bene quando non ci sono ipotesi altrettanto forti con cui competere, ma decidere fra una tale teoria o un’altra richiederebbe molto tempo, risulterebbe impossibile. Basti pensare, per esempio, ai lunghi ed aspri scontri di qualche decennio fa fra i ”sociobiologi” e gli studiosi di “scienze sociali”. La proposta di Sidgwick di accettare l’ipotesi teistica dell’universo perché coerente con la vasta conoscenza di quello che è stato bene e male nei tempi, sarebbe ai nostri giorni certamente attaccata dagli psicologi legati all’evoluzionismo, forti del fatto di sentirsi capaci di dare un resoconto coerente del come siamo venuti a possedere un senso morale ed una credenza generalizzata in Dio, nei termini però da loro preferiti.

Alla fine, vi è il problema che le interpretazioni di un certo numero di fenomeni possono avere la necessità di essere coerenti con altre interpretazioni strettamente collegate o affini con altri gruppi di fenomeni, per timore che l’una o l’altra o entrambe le interpretazioni crollino vergognosamente. Un esempio ovvio sarebbe quello, a cavallo fra il Diciannovesimo ed il Ventesimo secolo riguardante i geologi e gli astrofisici a proposito delle epoche della terra e del sole – la terra sembrava essere di gran lunga più vecchia. Un esempio più rilevante per quel che riguarda i nostri scopi sembrerebbe consistere nell’assoluta mancanza di coerenza fra le interpretazioni di coloro che credono nella sopravvivenza e le interpretazioni neuro-scientifiche, basate sulle relazioni fra mente e cervello, dei fenomeni connessi alla signora Piper. La scienza del cervello, già alla fine del Diciannovesimo secolo, era sufficientemente progredita per far sembrare molto verosimile che anche le funzioni mentali “più elevate” fossero dipendenti da un cervello integro e perfettamente funzionante. Ma sorprendentemente né Henry Sidgwick né sua moglie, (che in futuro pubblicherà un’analisi dettagliata e valida analysis of Mrs. Piper’s trance phenomena), both of them with a good general knowledge of modern science, ever discussed this issue in print. Perhaps they thought that brain science would have to accommodate itself to the findings of psychical research. At the end of his life, Sidgwick was by no means as optimistic about the prospects and possibilities of psychical research as he probably was when young, nor yet as pessimistic as he was in the late 1880s, but still showed signs of certain wavering optimistic tendencies that he never quite managed to repress. Whether he thought that the very considerable amount of time he had given to the subject was well spent I do not know. Certainly it provided him with much interest, some hope, and the many fascinating puzzles raised by a variety of very curious, though now largely forgotten, facts, cases and case histories dei casi di trance della signora Piper) entrambi in possesso di una buona conoscenza della scienza moderna, hanno trattato per iscritto questo problema; forse perché pensavano che la scienza del cervello avrebbe dovuto armonizzarsi con le scoperte della ricerca psichica.

Alla fine della sua vita, Sidgwick non era, circa le prospettive e le possibilità della ricerca psichica, né tanto ottimista quanto lo era stato da giovane, né tanto pessimista quanto lo era stato alla fine degli anni ’80, ma mostrava ancora segni di quella tendenza verso un ottimismo ondeggiante mai totalmente estinto. Non si sa se lui abbia ritenuto di aver speso bene una simile quantità di tempo su quella materia, ma certamente tale soggetto aveva fornito molto materiale ai suoi interessi, qualche speranza e moltirompicapo affascinanti sollevati da una grande molteplicità di fatti e racconti interessanti, la maggior parte dei quali ora sembra
essere stata dimenticata.

 

HENRY SIDGWICK, THEISM AND PSYCHICAL RESEARCH

 

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Sidgwick thinking HENRY SIDGWICK (Italiano) Henry Sidgwick

 

 

 

 

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