Sidgwick thinking HENRY SIDGWICK (Italiano) Henry Sidgwick

 

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INTRODUZIONE : TRE IMMAGINI

 

I

 

C’è qualcosa di ironico nel fatto che Henry Sidgwick, fra tutti i filosofi, molto conosciuto per aver cercato “il punto di vista dell’universo”, viceversa, sia ritenuto la quinta essenza tipica dei filosofi inglesi, in linea con la tradizione anglofona. Ma sta diventando sempre più riconosciuto che Sidgwick è filosofo della morale non soltanto rilevante a livello mondiale, ma anche a livello globale. Le sue trattazioni di alcuni dei temi centrali e pieni di significato della vita umana – il rapporto fra religione e moralità, la natura del bene, le richieste della ragion pratica, la moralità pubblica, la sorgente della conoscenza etica, la libera volontà – sono fra le più profonde di tutti i tempi. Infatti (e ciò è sorprendente, dato il grande disaccordo esistente nella filosofia) è frequente sentire citare il suo capolavoro The Methods of Ethics come il miglior trattato di etica dell’epoca.

Come Schultz mette in risalto nel suo contributo a questo volume, vi sono dunque molte ragioni per leggere oggi Sidgwick. Il libro prende corpo da una serie di conferenze internazionali tenute presso l’università di Catania organizzate da Bucolo. Nel contesto principalmente secolarizzato della filosofia contemporanea anglofona, il tormento interiore di Sidgwick sul teismo è visto molto spesso come qualcosa capace di attrarre appena una semplice curiosità spiegabile in termini di crisi della religione nel pensiero del tardo Diciannovesimo secolo. Questa interpretazione di Sidgwick però rappresenta una distorsione secondo molti profili, tale distorsione è in parte corretta dal fatto che a Catania si sia messo a fuoco l’aspetto religioso dal punto di vista del suo teismo, secondo una prospettiva principalmente cattolica. Bucolo vede Sidgwick come un teista, che ha cercato nella religione la “sanzione” moralmente finale, e dimostra i legami fra l’utilitarismo anglosassone di Sidgwick e la sua predisposizione pragmatica dell’etica con lo spiritualismo e l’idealismo italiano. Acocella riflette sul se la nozione di giustizia divina possa comporsi in maniera coerente con la concezione di Sidgwick riguardante l’esperienza etica, considerando alcuni temi, più in generale, della relazione fra teismo e moralità. Naturalmente Sidgwick era profondamente preoccupato degli effetti di ogni tipo di moralità e Vigna si domanda se ciò porti ad una concezione del bene eccessivamente dispersiva, mentre Mangion è positivamente orientata nei riguardi di Sidgwick, domandandosi se il suo atteggiamento di apertura mentale riguardo al teismo non possa servire all’umanità del Ventesimo secolo, meglio di quanto non facciano, da un lato, il fondamentalismo teista e, dall’altro lato, il materialismo secolare. Tale apertura mentale, e le relazioni di essa con il mondo dell’empirismo in generale, è fatta risaltare dall’intervento di Gauld.

Da quanto detto è chiaro che è difficile settorializzare il pensiero di Sidgwick. La sua speculazione sulla moralità si connette armonicamente con il suo pensiero religioso, politico, epistemologico e così via. Naturalmente alcuni dei saggi in questo volume vanno oltre la sua speculazione squisitamente religiosa per muovere verso altre questioni centrali nel pensiero di Sidgwick. Nakano-Okuno cerca di caratterizzare al meglio la teoria etica di Sidgwick nel suo insieme, argomentando come essa abbia in comune con l’etica di Kant molto più di quanto normalmente si pensi. Questo metodo è stato seguito anche da Ryan nel mettere a confronto, da un lato, Sidgwick con Mill e, dall’altro, con Dewey. Crisp si sofferma meno sulla moralità e di più sulla prudenza, discorrendo sulla concezione edonistica di Sidgwick riguardo al bene e difendendola dai molti attacchi, sia quelli passati che quelli presenti. La distinzione fra moralità e prudenza, centrale nel pensiero di Sidgwick, viene esaminata da Skorupski nel suo saggio il quale delinea alcuni temi del pensiero di T. H. Green, ponendoli come sfondo da cui, per contrasto, viene fatto risaltare il pensiero di Sidgwick.

Il 30 giugno del 1900, Sidgwick avendo già saputo da circa due mesi dell’imminenza della sua morte, scriveva al barone F. Von. Hügel:

"Il ripercorrere indietro il lavoro della propria vita, interpretandolo come qualcosa di quasi finito, rappresenta per ogni essere umano una grande soddisfazione nel pensare che l’incompletezza del suo lavoro e l’imperfezione nel modo di portarlo avanti non hanno impedito completamente che il proprio ideale fosse riconosciuto dai suoi simili".
(Cfr. Arthur e Eleanor Mildred Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, London e New York, Macmillan & Co., 1906, p. 592)

I traguardi di Sidgwick nel campo della filosofia sono stati grandi, ma egli ha certamente ragione quando dice che il suo lavoro rimarrà incompleto sino a quando non si avranno tutte le risposte per le questioni da lui poste con grande vigore ed intuizione. Questo volume continua quel lavoro e la sua esistenza deve essere accolta favorevolmente perché dà un’altra prova del fatto che l’ideale di Sidgwick rimane ancora all’orizzonte.

 

II

 

"Il suo accettare senza riserve [di Sidgwick] i metodi e le conquiste delle scienze naturali non gli hanno fatto mai accantonare, come spesso avviene a tanti altri, il miracolo sempre presente dell’uomo come pensatore, artista, organizzatore che agisce moralmente. Questo equilibrio perfetto in così grande misura posseduto da Sidgwick non è fatto di sistemi filosofici e politici esaltanti e spettacolari. Infatti questi sono il prodotto di uomini che raramente ascoltano e non danno mai retta a quella che Clifford chiamava “quella vocina serena che ci sussurra stoltezze!”. Questi uomini sono oggi sempre più astiosi e sempre più numerosi, ma quale sollievo allora lo sfuggire occasionalmente, anche solo per un’ora, a loro e alle loro Gerusalemmi perverse per entrare nel pomeriggio dorato della civiltà vittoriana e dell’atmosfera sidgwickiana del buon senso e della dolce ragionevolezza!".
(Cfr. C. D. Broad, Henry Sidgwick, in Ethics and The History of Philosophy, Selected Essays, London, Routledge & Kegan Paul, LTD, 1952, pp. 68-69)


L’entusiasmo di C. D. Broad per Henry Sidgwick, che è stato uno dei suoi più illustri predecessori come professoreKnightbridge di filosofia morale presso l’università di Cambridge, è stato molto spesso messo in rilievo ed imitato. Quindi si potrebbe anche essere perdonati nel pensare, a primo acchito, che il contenuto di questo volume voglia proprio essere in linea con ciò. Infatti, in queste pagine vi è forse un’eccessivamente calda testi-monianza a favore della ragionevolezza di Sidgwick, un celebrare eccessivamente la sua ricerca socratica di verità e del suo saggio riconoscere, con cui spesso afferma quali sono «i problemi più profondi delle vita umana. In aggiunta, come notano Roger Crisp e Placido Bucolo, questa ammirazione non è confinata ai margini del contesto inglese di Sidgwick. Il suo richiamo è tanto cosmopolita ora quanto lo fu durante la sua vita, quando la sua opera fu lodata in Ungheria, in Giappone, in Germania ed in molte altre nazioni oltre a quelle di lingua inglese. Questo volume sembrerebbe quindi continuare su questa scia.

Ma i saggi qui presenti sembrano suggerire qualcosa di nuovo. Questo volume non è una celebrazione nostalgica del «pomeriggio dorato della civiltà vittoriana», ammesso che veramente sia mai esistito. Gli autori non vogliono sfuggire all’attualità del mondo presente, più astioso che mai, per volgere lo sguardo all’indietro ad un’epoca più “ragionevole”. Sidgwick stesso non riteneva che la sua epoca fosse tanto ragionevole – così come non riteneva che lo fossero molte altre cose per cui non era sicuro né nella direzione verso cui si muoveva la storia e nemmeno del posto che occupava in essa. Se cercava di mantenere un certo equilibrio fra ragion critica e speranza empatica, ciò avveniva, come già detto, sentendosi come un soldato che nel campo della filosofia cercasse di conquistare e mantenere una postazione difficile. Forse è per questa ragione che parecchi dei relatori di questo volume trovano il lavoro di Sidgwick non come un ritorno al passato, bensì come un sentiero per un futuro migliore. L’interrogarsi socratico di Sidgwick era mirato a temi, per citarne soltanto alcuni, che poi sono diventati tali da creare uno sgomento perenne: il significato del proprio tornaconto, il conflitto fra quest’ultimo ed il dovere etico, i fondamenti del credo religioso in un’epoca della scienza darwiniana e dell’analisi critica dei testi biblici e la possibilità di una crescita della giustizia internazionale per limitare la guerra. La sua teoria etica era, in grande misura, utilitarista e certamente parlava e parla a filosofi di professione. Egli ha scritto a livello accademico quel libro sull’etica che John Stuart Mill avrebbe dovuto tentare. Ma i suoi argomenti e le sue speranze hanno entusiasmato ai nostri giorni dei filosofi che sono molto più che accademici di professione – dei testimoni come Peter Singer, il cui lavoro sulla liberazione degli animali e sulla bioetica è stato di aiuto per cambiare il mondo.

Mill e Sidgwick, Bertrand Russell e John Dewey, Martha Nussbaum e Peter Singer rappresentano tutti la capacità di agire dubitando, di essere doverosamente scettici riguardo a «sistemi filosofici e politici esaltanti e spettacolari», ma allo stesso tempo riconoscono che il mondo ha disperatamente bisogno, quanto più possibile, di intelligenza critica e che il permanere dello status quo porta con sé il rischio serio dell’oblio. Bisogna quindi che si vada avanti al meglio delle proprie capacità.

 

III

 

Di recente è stato celebrato, in Gran Bretagna, il centenario della morte di Henry Sidgwick, questo congresso internazionale è come un’eco riflessa di quello per rappresentare una testimonianza di voci varie ed autorevoli verso il crescente consenso a lui tributato da nazioni di cultura diversa.

Henry Sidgwick è sempre stato guardato con molto rispetto pur non diventando mai molto famoso; è stato detto che ciò è avvenuto perché non ha usato un linguaggio profetico ma viceversa ha usato un linguaggio pedante teso a mirare ad un chiarimento dei conflitti interiori. Egli è stato, ed è ancora, il filosofo dell’esame di sé. Ma è un esame di sé che presume un libertà che non mira solo a soddisfare uno stato psicologico ma che piuttosto tende ad un fine etico universale. Entro l’esame di sé ogni battaglia è vinta in relazione al bene universale che, quindi, non può essere identificato con nessuna delle divinità o delle concezioni su di esse delle varie epoche storiche. Ma non è nemmeno il bene particolare settoriale e frammentato dei nostri giorni. Infatti, anche se ciascuno di noi ha una differente idea del bene, per massimizzare questo bene deve armonizzarlo con quello degli altri. Sidgwick cerca di evitare i conflitti per trovare un rimedio come superarli. Per raggiungere questo scopo egli usa due tipi di linguaggio che rappresentano un forte conflitto dialettico sempre presente in tutti i suoi temi. Per coloro appassionati di astrologia, ciò rappresenterebbe, attraverso le sue proposte contrastanti, la manifestazione del suo segno dello zodiaco, quello dei gemelli che, come in Dante, lo porta prima ad una contrapposizione e poi ad una composizione.

Nelle sue lettere, nel suo diario, negli atti per il Society of Psychical Research, egli usa un linguaggio immaginifico, appassionato, intimo, poetico e diretto; ma quando scrive i suoi trattati il suo linguaggio assume un tono impersonale, ex cathedra, come se parlasse da un altro pianeta e, conseguentemente, noioso.

Il bene a cui la sua coscienza si riferisce non è solo quello della sua esperienza, il Dio dei suoi padri, ma il bene di tutti, anche se il Dio dei suoi padri continua ad avere una funzione importante non solo di natura personale ma anche di natura storica per conservare la civiltà classica, cioè quella giudeo-cristiana, quella greca e quella romana. Per tutta la sua vita continua a credere nella funzione storica e sociale della chiesa cristiana, dando una sempre maggiore importanza al ruolo svolto dalla chiesa di Roma per raggiungere quel fine. Nella sua ricerca dell’universale e di ciò che comprende, ogni concetto di bene particolare fa riferimento ad un Dio, necessario ad ognuno, che dia speranza di raggiungere una completa armonizzazione e razionalizzazione della morale. Ma nell’intimità della coscienza, questo è il Dio del sermone della montagna: quello che può razionalizzare ed armonizzare il principio dell’egoismo con quello dell’utilitarismo universale.

Il suo teismo così conduce alla pace e non allo scontro settario, desidera fornire un esempio e non imporre una minaccia. Infatti, il sermone della montagna esalta l’auto sacrificio dell’umile, del giusto e del puro di cuore, i quali sono presenti nella storia universale del mondo e sono uniti dal senso del dovere. Poiché pochi dei lettori di Sidgwick in questa nuova generazione hanno conoscenza della Bibbia, non comprenderanno mai la sua base culturale e religiosa che vorremmo fosse riflessa in questo congresso. Essi non comprenderanno mai che molte delle sue massime e dei suoi principi venivano presi dal Nuovo e dal Vecchio Testamento.

A Sidgwick sarebbe piaciuto un cristianesimo purificato da ogni pregiudizio e superstizione in cui l’esame di sé diventasse pura intelligenza, quando l’uomo alla fine dei suoi giorni si trovasse alla presenza di Dio, e potesse giustificarsi con il dire "ho cercato di formulare una teoria sulle origini del Vangelo che veramente è la migliore che io possa formulare, basandomi su delle prove; accetta, per piacere, come ciò possa servire lo stesso".
(Cfr. Henry Sidgwick, Lettera a H. G. Dakyns del 22 dicembre 1864, in A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., pp. 123-124)

Non si può non essere d’accordo con Bart quando sostiene che questa frase è assolutamente sarcastica, ma il sarcasmo di Sidgwick è diretto contro le persone molto formali e dogmatiche, i farisee del suo tempo e di sempre. Per Sidgwick incontrarsi con Dio, o con il Bene, significa incontrarsi con l’Armonia, la Coerenza e la Giustizia, le quali, sia che vengano da un Essere
Assoluto, imparziale ed esterno, sia che vengano dal nostro stesso intimo, producono argomenti e teorie razionali e logiche. Sidgwick tenta per tutta la vita di fornire teorie coerenti. Tuttavia, come Giacobbe o Giobbe, nei momenti di angoscia egli interroga e sfida Dio rivolgendosi a lui con parole che, in quella situazione particolare, sembrano adeguate. Nel suo procedimento dialettico senza fine, spesso sente il bisogno di cedere all’empirismo per ottenere alcune prove a favore del teismo. Ma ogni volta che perde la fede con la quale afferma che "il teismo emotivo splenderà sempre più sul genere umano attraverso il velo della storia della vita", egli finisce in un tunnel buio, così ritorna alla sua fede nel teismo (Cfr. Henry Sidgwick, Lettera a H. G. Dakyns del 26 novembre 1864, in A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 122). Il suo teismo non consiste in un’azione di proselitismo: nella stessa misura in cui non può essere provato come falso, non può essere nemmeno imposto sulle altre religioni. Per Sidgwick è essenziale "il credere in Dio e nell’immortalità", è vitale al "benessere umano"(Cfr. Henry Sidgwick, Lettera a Lord Tennyson, 1895, in A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 538). Crede nel teismo perché esso imprime in ogni coscienza personale i mezzi per armonizzare i sentimenti, le inclinazioni, le predisposizioni e le ragioni. Il suo teismo si può così armonizzare con religioni come il buddismo, il confucianesimo ed altre ancora nella misura in cui accettino i principi di giustizia, prudenza e benevolenza razionale. Più crediamo in Dio ed in questi principi, più siamo capaci di soffrire per il nostro dovere nella speranza di ricevere una ricompensa dalla giustizia divina. Infatti afferma "ho una forte ripugnanza istintiva a causare un dolore o un disappunto a qualsiasi essere umano" (Cfr. Henry Sidgwick nel riprendere il suo “Journal”, il 12 aprile 1888, in A. e E. M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 485). Sidgwick e tutta la sua vita costituiscono un esempio pratico di questa teoria. Anche quando è nel dubbio (ma che forse anche Cristo non ha dei dubbi sulla croce?), egli spera che la sua fede in Dio sia reale, si ripropone "di agire come se lo fosse" (Cfr. Henry Sidgwick, Lettera al Maggiore-Generale Carey dell’8 agosto 1880, in A. e E.M. Sidgwick, Henry Sidgwick A Memoir, op. cit., p. 348) e la sua "dottrina fondamentale… [sembra essere]… quella di Gesù di Nazaret" (Cfr. Henry Sidgwick, Sidgwick Papers, Wren Library, Cambridge University, Add. Ms. d. 70, citato da Bart Schultz, Henry Sidgwick: Eye of the Universe, Cambridge, Cambridge University Press, 2004, p. 42). Egli così può mostrare la via ma non può comandare gli altri e nella sua mitezza sembra simile a Socrate, a Budda, a Gandhi a Gesù Cristo ed a tutte quelle persone sgozzate da tiranni crudeli o da cinici uomini d’affari. Egli è l’uomo che preferisce soffrire piuttosto che dare dolore agli altri e questa è la sua lezione essenziale perché attraverso di essa si eviti di diventare bestie. Si può ben dire che Sidgwick è un pensatore universale, di ieri, di oggi e di domani, un cittadino dell’umanità.

Vorremmo avere il piacere di ringraziare le autorità accademiche dell’università di Catania, la Facoltà di Lettere e Filosofia ed in particolare il Dipartimento di Scienze Umane per aver ospitato questo congresso mirato a celebrare questo uomo saggio così strettamente legato a quel mondo classico del quale la Sicilia è stata una parte rilevante come Magna Grecia.

Vorremmo anche rivolgere sentiti ringraziamenti a Gillian Cousins, la cui preziosa collaborazione è servita a una corretta formulazione, in entrambe le versioni, delle molte espressioni tipicamente idiomatiche della lingua inglese. Grazie specialmente alla Dott. Francesca Mangion che per tre anni ha dedicato tempo ed energia nel trattare e nel contribuire a tradurre tanto la corrispondenza dei relatori illustri quanto i loro saggi che, come speriamo, rimarranno una testimonianza verace in questi atti del congresso.

 

Roger Crisp
Bart Schultz
Placido Bucolo

Pubblicato con l'accordo degli autori

Introduction : Three Takes

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